racconti brevi, storie brevissime

20/12/2013

L’AMORE A SEI ANNI

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 00:10

Giorgia, una bambina di sei anni, aveva conosciuto Silvano a cena con mamma e papà. Silvano era un signore bello e simpatico, amico dei suoi genitori.

Silvano era gay, ma questo Giorgia non lo sapeva. E poi Giorgia neppure immaginava che significasse la parola ‘gay’. E non gliene importava.

Lei si era innamorata di Silvano, che era così gentile e divertente a tavola.

A Giorgia di Silvano piacevano i lunghi capelli neri, un po’ ondulati, e i bei denti brillanti di quando sorrideva.

Allora Giorgia, il mattino dopo quella cena, aveva deciso di scrivere, facendosi aiutare dalla mamma, una letterina a Silvano: “Silvano, io ti amo e ti voglio sposare. Giorgia”.

Silvano così aveva deciso di risponderle: “Cara Giorgia, la tua letterina mi ha fatto molto piacere e ti rispondo subito subito! Non ti conosco ancora bene, ma scommetto che sei una bimba intelligente e già scrivi molto bene. Quindi ho deciso che parlerò con un amico mio che è un mago e se lui riesce con un incantesimo a non farmi invecchiare più, ti prometto che ti aspetto e quando sarai abbastanza grande ci sposeremo senz’altro! Dovrà passare molto molto tempo però, perché ho tanti più anni di te. E, anche se l’incantesimo del mio amico mago non dovesse funzionare, sono sicuro che, in tutti questi anni che passeranno, tu incontrerai tanti ragazzi con il colore dei miei capelli che ti vorranno sposare. E quindi magari non sarai più libera! Vedremo. Ora non pensare più al matrimonio e pensa a crescere allegra e serena. Un grande abbraccio, Silvano”.

01/12/2013

SEI MESI A SCROCCO

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 12:04

Sono quasi sei mesi che ti sei stabilito da noi. Ora come ora, non ricordo neppure quali fossero i nostri accordi. Di certo ti avrò detto: “Per qualche tempo siamo ok, ma poi devi trovarti un posto”.

E invece eccoti ancora qui, con i tuoi orari sballati. Hai quel problema di cui sappiamo, che ti impone la sveglia più volte per notte. E devi tirarti su, perché coricato non ci puoi stare. Così in un attimo siamo svegli tutti.

Ma forse tu nemmeno te ne accorgi. Sei un maschio, lo so, non ti è facile renderti conto delle conseguenze delle tue azioni, convinto come sei che il centro dell’universo sia il tuo coso, lì tra le gambe. Ma su questo devo concederti una parziale giustificazione. Ogni uomo sul pianeta, più o meno consapevolmente, si porta dentro questa tensione.

Svegli tutti, dicevo. Sì, è uno degli svantaggi dell’abitare in pochi metri quadrati. Figuriamoci che succede, se mai decidi di ospitare qualcuno. Come noi abbiamo fatto con te.
Spesso, non fa differenza se è notte o giorno, ti sentiamo blaterare in modo incomprensibile, singhiozzando come un moscone da bar ubriaco dalla testa ai piedi. No, non ti abbiamo visto attaccato alla bottiglia, ma qualcosa ci dice che hai alzato il gomito. Noi ci guardiamo, sospiriamo e ci promettiamo di portare pazienza, che si tratta di un periodo e presto capirai, ti troverai dove stare.

Ma fino ad allora staremo allo stretto. Il bagno, per esempio, è uno soltanto e quando ci stai dentro tu non c’è verso di metterti fretta. Te la prendi comoda, incurante di noi, mentre ti cambi d’abito, ti lavi, quando va bene, fai le tue cose.

Fosse soltanto questo. Ma il peggio sono i rutti e le scoregge, che pari un geyser. Una macchina da gas sonori. Un vulcano in eruzione. Un pentolone di minestra con fave e fagioli. Certo non ti curi di chi c’è intorno a te, fosse anche il presidente o la regina.

Come quella sera che avevamo ospiti e tu, truuum! Con quella faccia indifferente. Mentre noi ci affannavamo a scusarci per te, a spiegare che sei da poco in città e non ti ritrovi in certe nostre usanze.

Questa tua lunga permanenza da noi ha anche il suo lato positivo. Quando ti ho portato in giro per la città l’ho vista con occhi diversi. Ho riscoperto anfratti dimenticati, ho riconsiderato angoli anonimi, ho ridato senso a piazze e vie, edifici storici e monumenti. Era come vederli per la prima volta, perché li vedevo con i tuoi occhi. Anche se, lo riconosco, non sembravi particolarmente colpito dalla storia della città. Anzi, venivi attirato da oggetti qualunque, manifesti pubblicitari o automobili parcheggiate. E io che mi dannavo a dissertare sui perché e i percome dell’urbanistica, ottenendo nient’altro che silenzio condito dal tuo sguardo sornione.
Però ti ho spiegato come in questa città la prima cosa che devi sapere è che con le basi della geometria te la puoi cavare quasi dovunque. Basta saperne di linee rette e angoli a novanta gradi. Che ci sono grandi viali come in America e piazze eleganti come a Parigi.

Quel che è sicuro come la pioggia il giorno di Pasquetta è che finché non ti degnerai di imparare la nostra lingua non potrai chiedere informazioni. E voglio vederti a tornare a casa avendo smarrito la strada, di notte, dopo aver girovagato per locali. Senz’altro tu, astuto come sei, ti farai scarrozzare a destra e sinistra. Come in questi mesi. Abbiamo dovuto accompagnarti persino dal medico, restando in attesa insieme a te a chiacchierare del più e del meno con chi aspettava prima di noi.

Nonostante questi nostri sacrifici ieri ti sei messo a fare storie a tavola. Non ti piaceva quel che avevamo da darti. Ma qui si mangia così, bello mio, bisogna che ti ci abitui. D’ora in poi niente più latte di mamma, ma pappette e frutta grattugiata!

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

26/11/2013

IO LE HO PRESE TUTTE

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 15:33

Flavia manda indietro la testa mentre mi parla. Come se i capelli in tinta bionda la trainassero all’ingiù, da dietro.

Mi ricorda la magnolia che avevo di fronte alla finestra della mia camera in collegio.
Quando tirava forte la tramontana il fusto si piegava di lato e le foglie sembravano capelli. La stessa pettinatura di Flavia.

Non so perché Flavia lo faccia, se sia un tic o che altro, ma mi è chiaro e limpido quello che sta dicendo: “Capisci che intendo, Ivan? L’amore è questo. Fai di tutto per averlo, quando lo trovi lo godi e te ne nutri. Finché finisce e sanguini. E te ne stai a lungo lì, ferito gravemente”.

Il collo le si piega all’indietro, ma i suoi occhi da oltre la montatura firmata degli occhiali continuano a fissarmi.

“Io, per esempio, Ivan. Io ho amato e perso. Ed è meglio aver amato e perso che non aver amato mai”.

“Questa l’ho già sentita da Magnum P.I.!”, le dico io, più per farla smettere di lasciarsi soffiare in faccia la tramontana e riportarle la testa dritta sulle spalle.

“Sì, lo dicono anche nei telefilm”, continua Flavia, abbozzando un sorriso e raddrizzando il capo verso di me. Missione compiuta.

“Ma vedi, io mi sono innamorata. Ed è questo. Questa è la vita. Ti innamori e prendi in faccia le porte. Rimani tramortito. Disorientato più o meno a lungo. E fa anche male. Però è il bello della nostra esistenza. Io per esempio, Ivan, io mi sono innamorata e ho preso tante batoste”.

“Sì, ho capito a cosa ti riferisci. Però, Flavia, fra me e te c’è una differenza: tu hai amato e ti sei presa tante batoste. Io non ne ho prese tante, io le ho prese tutte!”.

20/08/2013

VITA RIDICOLA DI MARIETTO CICARA

Filed under: THE PARTY — albertorobiati @ 09:33

Mario Cicara è stato fatto fuori dallo Stato. Con ciò non intendiamo affermare che lo Stato l’ha ammazzato. Vogliamo convintamente dire, e infatti lo diciamo, che lo Stato l’ha messo fuori dai giochi.

Aveva cinquantasei anni ed è deceduto per un accidente. Sui giornali han scritto che è morto d’infarto o per arresto cardiaco, a seconda dell’orientamento politico.
Ma noi conosciamo la verità. Il suo faccione pieno di peluria sempre in primo piano in Tv infastidiva qualcuno.

Ogni sera, dopo il telegiornale, faceva capolino nella trasmissione di Bottegazzi che parla di cose del giorno e sbam, piazzava lì un pensierino caustico per irridere un politico. E il giorno dopo boom, un graffio sagace verso un altro politico. E avanti così, uno via l’altro, se li faceva tutti in un paio di settimane, dal governo all’opposizione. Persino gli extraparlamentari. E giù a ridere come matti.

Mario Cicara, va detto, ne aveva per tutti. Una volta, con quella zazzera riccia e brizzolata che vibrava in testa mentre la sparava verso destra o verso sinistra, se l’è presa con il Concilio Nazionale di Sacerdozio. C’è da crederlo, non potevi evitare di ridere. Il pubblico andava in visibilio per lui. Era memorabile quando faceva l’imitazione del Presidente della Repubblica.

Mario Cicara era uno straordinario professionista, ed è morto per il suo lavoro. Veniva chiamato “Marietto”, per quanto gli ammiratori lo sentivano vicino. Era quasi un amico. Per lui la gente comune stravedeva. Avresti fatto qualsiasi cosa, come quella volta che ci provocò in televisione invitando tutti a far l’amore anziché perder tempo con le trasmissioni. Pare che nove mesi dopo, e i giornali l’han confermato, ci sia stata un’impennata di nascite in tutto il territorio nazionale.

Marietto era un trascinatore, sì. Raccontava retroscena surreali della classe dirigente facendoci fare risate a crepapelle. Sdrammatizzava su mazzette e accordi taciti tra potenti, ironizzava su manovre di accomodamento nei grandi processi nazionali, riduceva a battute comiche le truffe milionarie dei grandi imprenditori.

Han provato a fregarlo inscenando uno scandalo su sue presunte evasioni fiscali. Ma non era vero niente, pagava le tasse fino all’ultimo centesimo. Era sempre un passo avanti a tutti, libero e bello come il sole quando stava davanti alla telecamera.

Noi abbiamo conosciuto bene Marietto. Ogni anno, l’ultimo dell’anno, veniva alla nostra festa al “Circolo dei Ricostruttori”. Eravamo e siamo il massimo gruppo formale di appassionati di Mario Cicara. Con tanto di sigillo ufficiale. In occasione del recente veglione, sempre accompagnato dall’elegantissima moglie Franca, Marietto ci ha deliziati cantando con noi e la nostra piccola orchestra. Custodiamo una breve ripresa video in cui intona “Il vecchio traghettatore”, il nostro cavallo di battaglia.
Franca, scoccata la mezzanotte, forse per liberarsi di un peso ha cominciato a darci dentro con lo spumante. Fin quando, verso le due, senz’altro più “allegra” del normale, ha rivelato ad alcuni di noi, i più in confidenza con i coniugi, che Marietto era diverso dal solito nell’ultimo periodo. Un po’ fisicamente abbattuto, con tanti piccoli acciacchi. E giù di morale frequentemente, a dispetto del suo spirito vitale e goliardico.
Si è trattato dunque di una indimenticabile rivelazione. Divenuta un’anticipazione di quanto, qualche mese più tardi, è poi accaduto.

Noi oggi vogliamo ricordarlo quando a pieno schermo diceva al suo pubblico queste rimarchevoli parole: “Io vi dico la verità e voi ridete. Pensate che sia tutto inventato per farci sopra una risata. Credete che esageri di proposito. E va bene così: io inizierò a preoccuparmi sul serio, per la mia vita, quando qualcuno smetterà di riderci su”.
Marietto è morto. Non faceva più ridere.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]ro

27/02/2013

TERZO MILLENNIO

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 10:15

Ciao, sono Giulio, ti ricordi di me?

Sono l’amico di Giampaolo che alla tua inaugurazione è svenuto sul bancone delle tartine e dopo ti ha attaccato quel pippone sulla sfiga, il lavoro e altre cose che ora non ricordo.

Siete stati tutti molto carini, anche quando ho tirato giù la vaschetta del ghiaccio e le bottiglie di Champagne. A proposito, scusa se mi permetto, ma il tavolino di cristallo che è andato in frantumi lì sotto era proprio orribile. Sembrava di stare a uno di quei pranzi della mafia che si vedono al cinema. Ma mi hanno detto che l’arredamento non l’hai scelto tu. No?

Be’, ti cerco perché vorrei dirti che ho avuto la prima botta di fortuna della mia vita. Infatti io, Giampaolo e gli altri riusciamo ad aprire la videoteca di cui ti ho parlato.

Lo sto dicendo a più gente possibile.

Siamo in via Gialloverdi, nuemero quaranta. Passa. E, per favore, fai passare anche la parola.

Abbiamo anche un sito internet. Sembra un po’ bulgaro ma per il momento ci basta. Digita http://www.fiumeinpiena.com. Lo so che l’indirizzo ti sembra che non c’entri un cazzo ma ti spiego appena ho tempo.

P.s.: mi sa che ho dimenticato lì da te i miei occhiali neri che ci tengo. Quando ti fa comodo potrei venire a recuperarli o me li lasci tu dove vuoi da qualche parte. Sempre che qualcuno non se li sia rubati alla festa.

Ciao Giulio,

certo che mi ricordo.

Ehi, nessun problema per le tartine, le abbiamo rifilate ai poveri della comunità il giorno dopo, anche se erano marce di liquidi d’ogni genere.
Ho dato un’occhiata al tuo sito sul turismo sessuale (ho capito bene?) e credo che prima o poi mi abbonerò.

Grazie anche per le informazioni sulla vostra bottega e la vostra nuova vita rampante. Mi sembra una canzone di Barbarossa. A me piaceva parecchio quella sugli iuppis, o iappis, per chi mastica l’inglese.
E per la via, credo che avete scelto un posto coi fiocchi.

Spero per voi che, oltre alle cose ordinarie, riusciate anche a vendere qualcuno di quegli oggetti in ottone che preparate la notte.
Così almeno potrai ricomprarti gli occhiali, che senza sapere di chi fossero ho rivenduto al mercatino dell’usato qui dalle mie parti.
Mi sono fatto 6 euro giusti giusti per comprarmi gli stivali che mi piacciono.
Te li ricordi? Li aveva addosso Flavio Porporato, quello della lavanderia notturna. Quando sei caduto dalle scale, ti ha tirato su lui. Gli stivali si notavano perché erano d’argento lucido.

Ah, ti sugegrisco di segnalare le tue iniziative su questo sito Apparecchiamo.it. La gente che lo frequenta potrebbe essere felice di sapere. Oppure infastidita. Ma non tutte e due le cose insieme.

A presto
Sergio

P.s: se hai notizie di Giampaolo, dimmelo. Sono giorni che non lo sento e sto iniziando a spaventarmi all’idea che possa aver commesso qualche fatto grave, dopo quello che gli è successo alla festa.

02/12/2010

CONVIVENZE

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 00:23

Da quando te ne sei andato, non ho permesso a nessuno di entrare nella stanza che è stata tua.

Tutto è rimasto com’era. Le pieghe delle tende, il rigonfiamento del pavimento, le blatte, le macchie di liquidi seminali ormai seccate, il mangime per topi nei piatti di porcellana.

Il tempo si è fermato a quel 20 dicembre. Non so nominare con precisione l’emozione che provo. Direi… pigrizia!

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

19/11/2010

SIEDITI, PREGO

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 12:02

- Ehi, Tanya, ciao bella!
– Ciao. Quale sei tu?
– …Ehh? Come…cioè, in che senso Quale sei?
– Be’, sì, non è che mi posso ricordare proprio di tutti, eh!

Certo, a pensarci bene no, non può mica.

E adesso? Serve una risposta da uomo vero. Che ristabilisca le gerarchie. Che faccia intendere chi è che comanda. Che dimostri a tutti quanto valgo. Una frase messa lì che sistemi lei e tutte le donne. Affinché siano tutte ai miei piedi in questa serata di caccia grossa.

Niente. Non mi viene in mente niente di degno. Porca troia, ne è bastata una tanto sicura di sé per mettermi a sedere.

Trovato, ne esco così: senza più dire una parola! Mostrando una specie di piega con la bocca, metà sorriso metà ferita.
Dirò che me la sono fatta in guerra.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

09/11/2010

EVIDENZA IMPROVVISA

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 15:13

Le cinque di mattina.
Eh, l’amour, l’amour. L’amore.
Amore.
Cazzo.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

03/11/2010

IL CALCIO E ALTRE CATASTROFI

Filed under: HO VISTO MARADONA — albertorobiati @ 09:29

Laura ha conosciuto Mauro da poco, si vedono sistematicamente ogni sera. Ogni sera che non c’è il calcio in Tv. O allo stadio.
Mauro è un tifoso. Un ultrà, a voler fare i precisi. Segue la squadra della città in tutto il Paese. Coppe e amichevoli comprese. Di solito si porta uno striscione di tela bianco sporco. “HARD SUPPORTERS”, ci hanno scritto sopra con la vernice rossa. Mauro lo arrotola in un enorme zaino che si carica in spalla per ogni partita.

Laura non sa niente di calcio. Non ne ha mai voluto sapere, non capisce le regole, non capisce come la gente possa appassionarsi a un gioco così, non capisce come nessuno si accorga che è una montatura per tener buoni i popoli.

L’interesse per Mauro, però, è tale che sembra disposta a ridimensionare il suo punto di vista in proposito.
Insomma, dopo anni, si è fatta viva al bar sotto casa gestito da un cugino alla lontana.
I soliti “mosconi” sono distribuiti tra bancone e tavolini. Tutti, nessuno escluso, parlano di calcio. Contemporaneamente.

Ecco l’occasione per Laura per imparare qualcosa di utile, da riportare in una conversazione con Mauro. Lui capirà, così, quanto lei sia disposta a negoziare pur di instaurare una relazione matura.

Getta dunque un’occhiata attenta verso i tavoli del bar, dove: “…Ormai il calcio non è più uno sport, è business!”, fa uno sui quarantacinque, con la barba incolta.

“Quando non c’erano tutte queste telecamere era meglio!”, gli fa dietro il suo vicino di sedia, brutto e barbuto allo stesso modo.

“A quei tempi, l’importante era partecipare!”, si intromette un anziano, con i denti gialli di nicotina, appollaiato al bancone.

Un quarto, con i capelli unti, che legge il giornale sportivo aperto davanti al muso, interviene lamentoso: “Eh, eeeeh, comunque vale sempre la legge del gol: vince che ne fa uno di più!”. Così dicendo batte il dorso della mano sulla pagina aperta del quotidiano che titola a tutta pagina: “Il derby fa storia a sé”.

“Sì, sì…”, torna a farsi sentire il primo con la barba incolta: “Domenica noi faremo la nostra partita”.

“Oh, poi la palla è rotonda…”, ammicca il vicino brutto, volendo forse intendere qualcosa che però Laura non coglie.

Il cugino barista passa tra i tavoli a raccogliere bicchieri di vino e tazzine di caffè vuoti, senza perdere l’opportunità di dirne una lui: “Le partite durano novanta minuti…”.

Laura sembra soddisfatta, forse avrebbe bisogno di prendere qualche appunto, ma non fa in tempo a chiudere il pensiero che: “Sì, ma io ai miei nipoti glieli faccio passare davanti al televisore: con gli ultras di oggi non si può più andare allo stadio!”, spiega l’anziano.

“Fortuna che ci sono le telecamere!”, rinforza infine il brutto barbuto.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

13/09/2010

PIOVE

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 11:45

Piove.
Piove.

Piove.

Non piove più.

25/08/2010

UNA VOLTA ERA TUTTO DIVERSO

Filed under: GENTE AL LAVORO — albertorobiati @ 18:39

Prima di presentarsi al colloquio con il caporeparto, stamattina, Piero ha ripensato a un appuntamento galante di quando aveva diciotto anni.

Sua cugina Emma aveva voluto presentargli un’amica. “Per aiutarlo a uscire dal guscio”, aveva detto scherzando in giro.

Emma abitava con la sua famiglia di fronte alla casa di Piero e conosceva di lui “vita, morte e miracoli”, come raccontavano gli amici comuni. Così sapeva che Piero, che pure era un bel ragazzo, non era mai uscito con una ragazza da solo.
Certo, qualche volta aveva avuto l’occasione di un bacio o qualcosa di più spinto, per esempio alle feste del paese, come capitava a tutti.

Tuttavia, mai gli era capitato un appuntamento vero.

Quella sera sarebbe stata la prima volta per Piero. L’amica di Emma stava a una quindicina di chilometri da lì. Emma aveva organizzato tutto nei dettagli, in un pub quasi a metà strada.

Piero sarebbe senz’altro arrivato prima.
Così, aspettandola all’ingresso del pub, ricordava stamattina Piero, gli era tornato in mente il rigore sbagliato l’anno prima di fronte ai talent scout delle serie maggiori.

Erano venuti apposta da Roma. Due dirigenti di altrettante società cosiddette “satellite” delle squadre maggiori della capitale. Avevano sentito di lui e della sua capacità di guidare il centrocampo.
Qualcuno dubitava della sua freddezza sotto porta, ma per un regista che giocava davanti alla difesa come lui non era un problema.

Ma ogni tanto era costretto a tirare i rigori.

Come in quell’occasione. Un pallone che, purtroppo, era decisivo per la sua squadra, che con quel gol avrebbe vinto il girone e, accedendo alle fasi regionali, lui e i compagni avrebbero avuto l’opportunità di mettersi in mostra e venire scelti da squadre importanti.

Il portiere era un piccoletto e Piero non si aspettava un guizzo come quello che gli tolse la palla dall’angolo, spedendola sul palo e poi a lato. Quella partita finì pari. I talent scout non si fecero vedere negli spogliatoi e Piero scoprì che era stato “visionato”, come si diceva nel gergo, soltanto la settimana successiva.

All’appuntamento con l’amica di Emma, Piero s’era presentato con venti minuti d’anticipo. Dopo essersi vestito elegante, con la supervisione di sua madre e di Emma,  era scappato via di casa per dare sfogo all’eccitazione. Aveva guidato come sospeso con tutta la sua auto a due metri dalla strada, tanto si sentiva euforico.

Il ricordo del rigore, seduto al bancone in attesa dell’amica di Emma, gli bloccò il respiro per qualche istante. Quando la ragazza arrivò, Piero aveva ancora la sensazione di un nodo tra stomaco e intestino. Una sensazione che sparì solo quando si coricò nel letto, qualche ora più tardi.

Questa mattina, prima di uscire di casa per il colloquio di lavoro, è arrivato puntuale il saluto di buon auspicio di suo padre: “Tu sai cosa fare, Piero”.
Il colloquio è il quarto con l’azienda. Dopo quello preliminare, quello con lo psicologo e quello in inglese. L’ultimo passo, infatti, è l’incontro con il caporeparto. Il più importante e decisivo, perché svolto con l’uomo con cui si deve collaborare se assunti.

La mamma, sulla porta di casa, gli ha sistemato il colletto della giacca e gli ha dato un bacio sulla guancia senza dire una parola.

“Quindi lei non ha mai giocato da professionista, è così?”. Piero ascolta la domanda dell’uomo di fronte a lui. Un tizio con i baffi e gli occhiali, che tiene il suo curriculum vitae in bella mostra sulla scrivania.

“Sì, è così”, ha risposto lui.

“Chissà che fine ha fatto? Non ricordo neppure come si chiama quell’amica di Emma”, si è chiesto Piero, tra sé e sé.

, anni

25/06/2010

PRIMA CHE SIA TARDI

Filed under: THE PARTY — albertorobiati @ 18:10

Lorenza ha deciso di raccontare la storia della vita di suo zio Palmiro, che in comune con il più noto comunista aveva sia il nome sia la visione sociopolitica della vita. Così per svariate settimane ha messo giù appunti disordinati su un quadernetto di quelli che si comprano negli autogrill.

Tuttavia la vita di Palmiro si riassume facilmente in pochi passaggi. Ha conosciuto il primo cazzotto in faccia a undici anni, al campetto, perché voleva a tutti i costi far giocare a calcio anche l’amico ciccione. “Tutti si devono poter divertire!”, gridava, mentre il bullo di turno, più grande di tre anni, lo spintonava verso la rete di recinzione. E quella manciata di terra raccolta chinandosi fulmineo e lanciata maldestramente negli occhi del cattivo non ha fatto altro che intensificarne la rabbia.

L’amore è apparso nella sua vita all’improvviso a vent’anni precisi, proprio il giorno del suo compleanno alla festa organizzata dagli amici del circolo. E i sei mesi successivi avevano la caratteristica della ribellione ai costumi dell’epoca. A vent’anni e sei mesi arriva la prima delusione d’amore. Lei s’era messa con l’amico.

A venticinque anni l’impiego all’ente di previdenza. A trent’anni era già nel partito. A trentacinque sposato e padre di una bambina, Eleonora. A quaranta vantava due assessorati, di cui uno al commercio, una figlia alle elementari e un’altra, Rossella, all’asilo nido. Il primo aperto in paese, proprio grazie a una sua iniziativa da assessore alle politiche sociali.

A quarantatre anni Brigida, una bionda studentessa impegnata politicamente, rappresenta per lui la prima vera sbandata amorosa, dopo alcune insignificanti scappatelle negli anni precedenti.

Quando Palmiro ha varcato la soglia dei cinquant’anni si ritrovava presidente di sezione nel partito e divorziato da due anni. Con gli alimenti da passare ogni mese sul groppone e la crisi finanziaria degli istituti parastatali.

Arrivano in fretta i sessant’anni e con questi gli acciacchi. Il partito e la bocciofila restano le sue principali occupazioni. Mentre Eleonora e Rossella, ormai praticamente autonome, diventano le sue principali preoccupazioni.

Palmiro adesso ha quasi ottant’anni, un saggio sui tempi della passione politica, venduto a oltre duemila lettori, e un nipote, Enrico.
Lorenza si affretta a raccontare a tutti la sua storia, per regalargli il senso del viaggio. Della vita. Prima che Palmiro volti pagina.

25/04/2010

PRIMAVERA PER SEMPRE

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 12:30

Mio nonno è nato nel giugno del 1921. Con la faccia bruciata dal sole dei decenni passati a coltivare la terra mi raccontava di quei primi mesi del Quarantacinque: “Se arriva l’inverno, quanto potrà mai essere lontana la primavera?”.
L’aveva imparato da George Clemence, un soldato inglese con cui aveva condiviso una cantina nelle Langhe, prima che arrivasse il mese di aprile a liberarli. George faceva l’insegnante in un college vicino a Norwich. Quei versi erano del poeta Percy Bysshe Shelley, ma credo che mio nonno non l’abbia mai saputo.

Era la liberazione della nostra famiglia quella che mio nonno inseguiva in quei giorni. Non aveva ancora compiuto ventiquattro anni ed era disposto a uccidere. “Quando sei oppresso puoi resistere”, diceva. “Ma quando a essere sottomessi e costretti a subire le peggiori sofferenze sono i tuoi cari”, aggiungeva, “potresti anche ammazzare”.

Parlava soprattutto di mio padre, nato su quelle colline due anni prima. Era presente quando i soldati tedeschi trascinarono per i capelli sua madre, mia nonna, fuori in cortile per riempirla di bastonate. Devastarono la cucina, diedero fuoco ai letti, rubarono cibo, vestiti, pochi soldi e preziosi. Per questo genere di atrocità uno può anche arrivare ad ammazzare.

Mio padre, in seguito, è cresciuto nel silenzio di una famiglia che non ha la forza di dire altro se non quanto ha subito. E che per evitare di rivivere (ri-morire) nel racconto sceglie silenziosamente di farne sparire la memoria.

Le poche parole di mio padre di solito erano ben spese.  Come quelle per combattere le ingiustizie. Ha cominciato a lavorare in fabbrica, a Genova, quando aveva poco più di quindici anni. A venticinque guidava le manifestazioni contro i trattamenti disumani riservati agli operai. Era l’autunno del Sessantotto. “Abbiamo diritto di crescere le nostre famiglie con dignità”, così era scritto in rosso su un lungo telo bianco che lui e i suoi compagni portavano in testa al serpentone dei manifestanti. Lo stesso telo che adesso sta nel vecchio granaio nelle Langhe e che tante volte, studente universitario, ho srotolato con orgoglio.

“Eri arrivato da poco, non avevamo neppure una stufa per scaldarci, non era più sopportabile farvi vivere in quelle condizioni”, mi diceva con la sua voce bassa nei ricordi di quell’epoca.

Da qualche mese ero diventato padre anche io quando, nell’estate del 2001, camminavo per le strade di Genova con anziani ex operai, i figli e i nipoti dei partigiani, giovani sensibili che sperano nel futuro. Un mare di persone in “disaccordo con le politiche del G8″, come titolavano i giornali di quei giorni.

Mio nonno aveva il fucile e la mitraglietta. Mio padre i tascapane riempiti di sassi o bulloni e le spranghe di ferro nascoste nella tuta blu. Eppure loro mi hanno educato alla pace e alla manifestazione non violenta del dissenso. Così ho cresciuto mio figlio cercando di tenerlo estraneo alla guerra e alla violenza.
Ma ogni giorno trascorso gli ho raccontato di mio padre e di mio nonno, che hanno tenuto acceso dentro di me il fuoco della libertà e della speranza.

“If Winter comes can Spring be far behind?”.

03/04/2010

ZZZZZZZZ

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 12:05

Silenzio nei boschi.
Ma in città
quel che fa rumore
fa rumore

02/04/2010

TU CORRI

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 10:04

Tu corri, io gioco.
Tu corri, io ballo.
Tu corri, io canto.
Che sole meraviglioso!
Peccato che tu non lo vedi.

10/01/2010

ATLETICO FOOTBALL CLUB S.P.A.

Filed under: GENTE AL LAVORO — albertorobiati @ 22:31

“Ehi, come va?”, chiede Diego, aggiustandosi la cravatta.

“Ehi, ciao! Bene e tu?”, risponde Armando, mentre introduce una moneta nella macchinetta del caffè.

“Bene. Ho appena incontrato la Dirigenza”, spiega Diego. Poi, con una mano nella tasca della giacca, aggiunge: “Ho firmato per quest’anno”.

Armando resta qualche istante immobile attendendo che il bicchierino di plastica marrone sia totalmente riempito di caffè. Pazientemente, allunga una mano e afferra il bicchiere con tre dita per non bruciarsi e finalmente si volta verso Diego: “Alla fine t’hanno convinto. Eh, anche con me hanno insistito, sai?”.

Ora Diego sorride, sembra soddisfatto: “Lo so sì! Lo sanno tutti. Ma si vede che ci tengono, hanno capito che non se ne trovano in giro come noi”.

Armando strappa una bustina di zucchero per versarlo nel bicchierino, poi mescola il caffè con un cucchiaino di plastica trasparente. Ogni movimento è posato come fosse parte di un rituale. “Praticamente giochiamo nello stesso ruolo”, dice, “ma a volte possiamo anche coesistere”. Armando sottolinea quest’ultima parola guardando Diego dritto negli occhi, per poi ripetere: “Possiamo coesistere, in passato l’abbiamo anche dimostrato”.

“Un allenatore capace sa come metterci in campo”, fa Diego mentre con la destra fa rimbalzare alcune monetine, “Poi il campionato è lungo, le occasioni si trovano”, continua, “a proposito, fra poche settimane si parte con la prima di campionato”.

“Già. Io credo giocherò titolare, sai?”, rivela Armando, che sorseggia poco alla volta il suo caffè.

“Sì, lo penso anch’io, visto quel che han fatto per prenderti”, conferma Diego, inserendo le monete nella macchinetta e digitando sui pulsanti per far uscire a sua volta un bicchierino marrone colmo di caffè fino all’orlo.

“Ecco, senti, a questo proposito vorrei chiederti una cosa: non è che ti va di sostituirmi? Non sono molto in forma in questi giorni…”, propone Armando, sbirciando il suo profilo rispecchiato dalla colonnina di metallo sulla macchinetta del caffè. Coglie così l’occasione per sistemare il colletto della camicia bianca infilandolo sotto quello della giacca.

“Mah, non so se ce la faccio. Riscaldandomi l’altra sera ho sentito un muscolo tirare dietro il ginocchio. Ma ci provo, dai!”, si sbilancia Diego, che muove orizzontalmente il bicchierino compiendo piccoli cerchi con la mano, in modo da far raffreddare il caffè appena uscito dalla macchinetta.

“Ti capisco. Io per evitare questi problemi ho iniziato la preparazione prima, in estate. Ho fatto un po’ di volte a piedi la salita del Canalone e mi sento pronto”, racconta Armando.

I due restano qualche istante in silenzio, guardando il pavimento grigio.

“A che ora è il Consiglio d’Amministrazione?”, chiede adesso Diego, scrutando l’orologio appeso nel corridoio.

“Alle cinque e mezza”, replica preciso Armando.

“Mi sa che è ora di andare, allora”, fa Diego, buttando giù in un sorso il caffè amaro e gettando il bicchierino nel cestino.

“Sì, andiamo. Allora faccio io l’introduzione sul bilancio, ma tu intervieni appena te la senti che oggi sono un po’ sottotono”, dice Armando incamminandosi con Diego lungo il corridoio.

“Contaci. Possiamo coesistere”, chiude Diego entrando nella sala conferenze.

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on la mano

27/12/2009

FACEBUUH

Filed under: GENTE AL LAVORO — albertorobiati @ 20:19

Oggi qualcuno tornava dal viaggio di nozze, qualcun altro beveva caffè, altri ancora avevano sonno o eran stanchi o la giornata era lunga.

C’era chi litigava col capo, chi scherzava su una delusione d’amore, chi non era d’accordo con le proprie idee, chi era stressato dal traffico.

Vecchi amici, belle ragazze, colleghi noiosi, un grande fracasso di voci.

Grazie a Facebook incontri chi vuoi senza muovere il culo.

E il giorno di lavoro sparisce come la polvere sotto il termosifone: “Buongiorno, caro cliente, in cosa posso esserle utile… domani?”.

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10/12/2009

COLPO DI FULMINE

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 10:56

Ieri non ti ho sentita, ho provato a chiamarti sul cellulare ma niente. Era spento o non raggiungibile. Non avevo il tuo telefono di casa. Ho chiesto in giro se qualcuno sapesse, e no, nessuno sapeva.

Non è molto che stiamo insieme. Quanto sarà? Due giorni? Due ore, se consideriamo soltanto il tempo passato a chiacchierare l’altra sera. Eppure io già ti amo. Mi succede così, che mi si stringe lo stomaco dalla paura di malfigurare. Però mi si apre il cuore, e dentro ci finisci subito tu. Mi è bastato sentirti dire con quel sorriso: “Perché ti interessa come mi chiamo?”. Sono rimasto di sasso. E tu sei entrata in me, ti ci ho fatta accomodare: prego, sistemati pure lì su quella poltrona.

Ieri volevo sentire ancora la tua voce. Aspettavo di raccontarti di me e svelarti sogni, pensieri, emozioni, avventure dell’animo. Solo per conquistare millimetri quadrati di fiducia. Darti l’impressione che esisto e che sono a posto.

Ma quando non ti ho trovata, quando neppure il passaparola, neppure Internet, quando niente ha funzionato per rintracciarti, ho creduto che fossi un’agente segreto, magari della polizia militare francese o che ne so. Che non potessi venire al nostro appuntamento stasera. Che io fossi una copertura e niente più, l’altra sera.

Ti ho immaginata alle prese con un’indagine su certi traffici di organi. Per esempio quelli che si suonano in chiesa. Ho pensato che ieri fossi in missione, magari una missione carmelitana nel Congo, per esempio. Chissà se i Carmelitani hanno le missioni, mi sono chiesto.

Ma poi oggi leggo il tuo messaggio ed è tutto a posto.

Tiro un sospiro di sollievo. E provo un minimo di delusione: mi sarebbe piaciuto avere un appuntamento con una spia cattolica.

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09/12/2009

METRI INQUADRATI

Filed under: GENTE AL LAVORO — albertorobiati @ 08:37

Ero in questo bar del centro, mercoledì in pausa pranzo.
Avevo lavorato tutta la mattina con il Management Board. Hai presente di chi parlo? Edvige Lejeune e Francois Digard, della Direzione Europa. Abbiamo dovuto incontrare Terry Goldstein, venuto apposta dalla sede centrale americana. Con me c’era Marisa Rampognani, quella che tutti dicono sia al suo posto perché nelle grazie del nostro amministratore. Be’, insomma, ti puoi immaginare il tenore della mattinata. Ho dovuto ascoltare certe cose.

Così invento una scusa e mi stacco per andare a pranzo da solo. Decido di spostarmi di qualche isolato, e trovo un bar in corso Italia all’altezza di piazza Stati Uniti, pieno centro città, ti fai un’idea?
Ok, ero lì e mi entrano queste tre, occhialute e impalate il giusto. Poco dopo le raggiunge un quarto, una specie di cane da riporto.

Sento una, la più grossa, che continua qualcosa tenuto in sospeso: “…Lascia stare, in ‘sto periodo ho in testa solo la ricerca della casa, nell’ultima settimana ho fatto il giro delle sette agenzie immobiiari!”.
“Vuoi un consiglio? Importa stare in centro, te lo dico io”, le fa immediatamente la vicina, mentre s’aggiusta i pantaloni neri prima di sedersi al tavolino di fianco a dove sono seduto io.

“E lo dici a me! Soltanto che te le mettono a quattromila a metro quadro, in centro. Come fai?”

“Guarda, fosse anche che devi stare in un bilocale, ma almeno stai in centro, io non potrei neppure immaginare di abitare lontano da dove conta!”

Queste due continuano, la terza ammutolita ma approvante, il cane da riporto accucciato sulla quarta sedia. Siamo in una trafficatissima via, con il puzzo di marmitte a fil di naso.

“Sai una cosa”, abbaia a un certo punto il cane, “il macello è il parcheggio. Di giorno per gli uffici, la sera per la movida”. Sssst, cuccia! Mi viene da dire. Mi trattengo perché sono curioso di sentire come rispondono.

“Eh, hai ragione”, fa infatti la grossa, “ieri ho visto una mansarda dietro piazzetta Fassbinder, avete presente? Quella dietro il Teatro Antico, dove si fanno gli aperitivi sciccosi… Be’, c’ho messo dieci minuti a trovare un parcheggio riservato handiccappati prima di parcheggiare. Mi stavo scocciando, stavo per tornarmene in ufficio!”.

“Ma hai il permesso per quei parcheggi?”, attacca la silenziosa.
“Certo che no, ma almeno quelli sono spesso liberi”.
“No, era solo per sapere, perché ho una cugina che grazie allo zio vecchio decrepito in casa, si son fatti dare dal comune, con l’aiuto del padre medico, il permesso per entrare in tutte le zone a traffico limitato: e parcheggiano sempre e comunque dove vogliono”.
“C’è chi ucciderebbe per quei tagliandi!”

“Oh, l’amica di mia sorella abita in loft che affaccia su piazza Centrale! Una roba fantastica, cazzo! Dovreste vederlo”.
“Eh, la vista è importante. Io devo avere apertura davanti a me. Voglio avere sguardo sul movimento: strade trafficate, via vai di gente! Pensa invece se c’hai un condominio di famiglie. Panni stesi, schiamazzi di madri dietro i bambini la domenica mattina. Quando vuoi dormire! Da strozzare tutti, madri e figli!”
“Ti quoto alla grande!”, fa quella impalata coi pantaloni neri.

Sì, hai capito bene, ha detto “ti quoto”. Lì per lì stavo per andarmene, ma poi quel gusto per il macabro, sai… E alla fine sono rimasto.

Ecco di nuovo il cane, con la lingua fuori: “Io devo ereditare l’appartamento di mia nonna paterna! Me ne stavo dimenticando: quella schiatta tra poco e mio padre mi ha fatto capire che lo intesta a me. Basta che gli do retta e faccio quel colloquio in BrandingGroup. Cazzo me ne frega, almeno c’ho la casa: vuoi affitarmela finché non trovi qualcosa di tuo?”

“Magari sì, descrivimela”, chiede la grossa. “Centralissima, infatti è a 50 metri da piazza Centrale, appunto. Secondo piano, finestre sulla strada, lì è senso unico verso la piazza, quindi ti vedi passare tutti quelli che vengono in centro. Bagno grande, cucina grande, camera grande. Una specie di entrata, grande. Non ha balconi. Le finestre son tutte con i vetri smerigliati, così non ti guardano in casa. Il pomeriggio, dalle tre in poi, macchine in coda e clacson a ruota libera, sembra di essere ai mondiali di calcio!”.

“Cazzo, sembra così carino!”, fanno in coro le altre.

“Quando posso venirci?”, domanda infine la grossa, “… io ne avrei bisogno subito, anche domani, se mi dici che è in centro non ci penso due volte!”.

“Quando vuoi, appunto, anche subito”, scodinzola il cane.

“Senti, ma come la mettiamo con i soldi?”
“Non preoccuparti ci arrangiamo”

Festeggiano come se fossero stati promossi all’esame delle superiori, facendo tintinnare i bicchieri.

Poi l’occhialuta: “Ehi, ma come fai con sua nonna?”, e la grossa: “Già, cazzo, è vero, non ci stavo pensando: e tua nonna? Mica me la terrai in casa?”.

“No, no! Certo che no! Ora vedo se posso anticipare la cosa…oppure se con mio padre possiamo sistemarla in qualche casa di cura, un centro di accoglienza, una cooperativa. Qualcosa si trova, non preoccuparti. Se passi stasera ti do già le chiavi”.

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17/11/2009

MOGLIE D’ONORE

Filed under: THE PARTY — albertorobiati @ 11:07

A-ha, sì, certo. Sorridi qui, ammicca lì, annuisci di là. E poi batti le mani, grida il consenso, mettiti in posa per Tv e giornali.

Conosco la parte della First Lady a memoria: siamo all’ennesima messa in scena di mio marito.
L’onorevole.
Ma disonorato: visto che gli metto le corna da anni col portaborse.
Venticinque anni di freschi muscoli allenati, con il vigore di un treno ad alta velocità e la passione di un temporale estivo.

Vale la pena continuare il teatrino: oh, sì, certo, è indecente, siamo d’accordo, inorridiamo, mandiamoli a casa, sì, proprio così, dai! …Oh, certo, sì, daaai, sììì, ancora, cosììì! Daaai! Sììì, mmmmm…

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15/11/2009

RE NUDI

Filed under: THE PARTY — albertorobiati @ 16:37

Preparativi al comizio elettorale. Papà onorevole e figlio.

“Culo! Ah ah ah ah! …Eeeeeeeee, CULO!!! Ah ah ah ah ah! Cuuuuuuloooooo!!! Ehi, papà, culo!!…E no, non voglio stare zitto! Voglio giocare con il microfono!! …Chi è quel vecchio signore con la gobba? Cosa vuol dire “senatore a vita”? …Senatore….Culo!!! Ah ah ah ah!”

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14/11/2009

PAZZI DA VOTARE

Filed under: THE PARTY — albertorobiati @ 17:51

Questi sono tutti d’accordo. Destra, sinistra. Sopra, sotto. Ci prendono per il culo da sempre!
Ma cosa applaudite!? Non capite che è una farsa? Non gliene frega niente dei vostri diritti!

Bisogna smettere di credere a queste balle! Si fanno eleggere e poi badano soltanto al proprio tornaconto. Svegliatevi!

…Tocca a me. Aggiustatina alla cravatta, faccia atteggiata a stupore, sorriso tuttodenti: “Votatemi! Risolverò tutti i vostri problemi!”.

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09/11/2009

E’ STATA UNA COREA!

Filed under: HO VISTO MARADONA — albertorobiati @ 11:32

Estate del duemilaesei, mondiali di Germania: io sono tifoso della Corea del Sud.
Proprio così, non fate quelle facce! Noi della Corea del Sud, ai mondiali duemilaesei, ci siamo presentati come squadra “Quarta mondiale in carica”.

Quattr’anni prima, per l’appunto, arrivammoin semifinale perdendo, immeritatamente, dalla Germania. Fu un po’ un passaggio di consegne: avevamo organizzato superbamente i campionati mondiali (col Giappone) ed eravamo dunque un modello ideale per i tedeschi che avrebbero organizzato l’edizione successiva (oggi).
Con queste credenziali (“Quarti in carica” e “Organizzatori in carica”) ci siamo presentati a questa celebrazione calcistica.

Ma nel Togo, squadra con cui ci siamo battuti al debutto, se ne fregano delle riverenze: uno a zero per loro con un tiro fortissimo di Kader nel primo tempo. Poi nel secondo siamo tornati a giocare sui livelli dei “Quarti in carica”.

Uscito dall’ufficio in anticipo, mi sono precipitato di corsa al maxischermo, proprio quando Liciunsò stava per calciare una punizione dal limite.
Tempo di trovare spazio tra un anziano e un pensionato e: pim! Gol all’incrocio! …D’accordo, non era l’incrocio, ma almeno era sotto la traversa. Sì, va bene, era a mezza altezza, però era un bel tiro… Ok, era una sconcezza centrale. Ma intanto è gol: uno a uno.

Da qui in poi diventa un assedio di noi “Quarti in carica”. Diavolo se corrono i miei diavoli! Fino al due a uno del mito Ahn (altrimenti detto “giustiziere dell’Italia”, altro che Moreno), con bordata sacrosanta da fuori area (sfido chiunque a dire che non era da fuori).
Festa grande per noi coreani, che dimentichiamo il caldo afoso e l’assenteismo dal lavoro (non posso mica fare tutto io, no?).

E si va alla seconda partita, si gioca contro la Francia.
Va bene, lo dico subito, la partita non l’ho vista. Ma questo non mi esclude dal dire la mia, in questo clima nazionale da “dicosemprelamiaismo”.

Ho fatto in tempo a vedere solo il gol di Henry (uno a zero per la Francia su rimpallo). Poi, ho vissuto a distanza (avevo da fare) il ritorno feroce dei diavoli “Quarti in carica”. Un ritorno coronato, a pochissimo dalla fine, dal gol-capolavoro (mica rocambolesco come han detto dopo alla Rai) di Parkeccetera. Uno a uno.
La Francia strappa il pari. Qualcuno osa dire l’inverso? Alla Francia è andata bene, potevamo surclassarli.

Ma a noi sta bene così.
E allora ne approfitto per parlare di Kimnamil, che non è un nuovo farmaco, no, è anzi uno splendido terzino, classe settantasette, dotato di un sinistro magniloquente.
Gioca da qualche parte, non so e non è importante dove. Ma gioca, il galantuomo. Altro che chiacchiere. Se avrà la fortuna di non farsi male sarà tra i primi cinque al “Giocatore dell’anno in Asia 2010”, proprio quando avrà la calcisticamente matura età di trentatré anni (gli anni di un Cristo dagli occhi a mandorla).
Kimnamil è un fenomeno di portata planetaria. E lo dico non soltanto perché ne posseggo la figurina!

Forza “Quarti in carica”: marciamo verso la finale mondiale!

Poi, terza partita del girone, ci tocca la Svizzera. Peccato, è andata male.
Del resto c’era poco da fare contro questa signora squadra che è la Svizzera. Nazione blasonata, con una lunga storia di vittorie e riconoscimenti: dal formaggio coi buchi al cioccolato al latte, dall’orologio trasparente alle banche lavasoldi.

Anche nel calcio la Svizzera ha sfornato fior di campioni: Zurbrigghen per esempio era fortissimo nel dribbling, un vero mostro dello slalom tra gli avversari, bravo a infilare le porte, non si faceva mai intimidire dai terreni ghiacciati del rigido inverno mitteleuropeo.
Bei tempi, quelli di Zurbrigghen.

Non mi vengono in mente altri grandi della Svizzera, ma sicuramente ci sono stati. E dunque contro una formazione di tal rango, noi “Quarti in carica” ben poco abbiamo potuto.

Ah, beninteso, nessuno ha visto la partita: davano la Francia contro il Togo in Tv (non chiedetemi della Tv a pagamento: quella non è Tv!).

Quindi racconterò una partita immaginata tra l’orgogliosa Corea e la Svizzera, ritenuta dai più autorevoli esperti la principale candidata al successo iridato. Un gol per tempo, a dimostrazione dell’arcigna resistenza delle furie rosse d’oriente.
Un gol del difensore spagnolo Senderos (è diventato svizzero perché goloso del latte in polvere della Nestlè): uno a zero per loro, cribbio.

Poi lungo assedio alla porta rossocrociata (sarebbe “della Svizzera”), fino al due a zero di Frei, in contropiede, su carambola, con vento a favore, azzeccando la sciolina, pescando il jolly, sorpassando ai pit stop.

Sconsolato il pupillo Kimnamil. Lui, terzino sinistro dotato del tiro più forte mai visto, le ha tentate tutte. Niente. Contro questa Svizzera nessuno segna per stagioni intere: primavera, estate, autunno, inverno. E ancora primavera…

Forza Corea!

04/11/2009

ALLA FINE QUEL CHE CONTA E’ IL RISULTATO

Filed under: HO VISTO MARADONA — albertorobiati @ 10:30

“Buongiorno, Gionatha Impellizzeri. Intanto, la ringraziamo per averci concesso questa intervista, ringraziamento che estendiamo naturalmente anche al suo agente”

“Buongiorno a voi e buongiorno a tutti gli ascoltatori”

“Allora, Gionatha, con l’arrivo del nuovo tecnico lei rischia di giocare di meno, visto che si porta dietro il suo pupillo Gustavo Paci. Insomma, è probabile che giocherà lui centravanti”

“Guardi, le dico come stanno le cose. Io martedì prossimo andrò al campo, incontrerò Serra e gli dirò che mi allenerò ai suoi ordini senza fiatare. Però gli anticiperò che non andrò in panchina. Voglio dire: mi allenerò e non dirò una parola, ma non mi siederò tra le riserve la domenica”

“Cosa intende, scusi, significa che non risponderà alle convocazioni?”

“Significa che mi allenerò. Che andrò al campo ogni settimana, non parlerò ma mi allenerò. E passerà un mese. Io continuerò ad allenarmi. Conosco Serra, è un allenatore che vuole gente muta”

“Va bene, ma quindi che cosa vuol dire, che non farà storie se non avrà il posto da titolare?”

“Vuol dire quel che ho detto, che sarò a tutti gli allenamenti. E passeranno due mesi. E io mi allenerò. E quando saranno passati tre mesi e io mi sarò fatto, scusate l’espressione, un culo così agli allenamenti, allora in quel caso, sì che mi sarò davvero allenato… Faccio bene?”

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03/11/2009

SOGNO PROIBITO

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 09:49

Poche luci in questa notte in riva al fiume che attraversa la città.
Hai appena compiuto diciott’anni. Io l’ho fatto quindici anni fa. Vuoi saperne di più dell’amore e delle emozioni, mi hai detto in classe dopo la lezione stamattina. L’hai detto sbattendo le palpebre come fanno le dive, ma guardando altrove come fanno le timide.

Ti ho proposto un locale in riva al fiume, dove ascoltare musica e gustare un vino rosso. Come fanno i romantici.
Ti ho proposto di passeggiare un po’ più in là, verso lo scuro del naviglio. Come fanno chi, i maniaci?

E ora ti abbraccio. Ma ti ritrai, forse perché hai imparato così, che per prima cosa è bene ritrarsi, far salire il desiderio.
Finché anche tu ti schiacci, pancia contro pancia. Irresistibile, vero?

Di tanto in tanto do un’occhiata in giro: non sia che qualcuno ci veda, dico. In verità è perché non posso controllare cosa accade quando incrocio i tuoi occhi che incendiano. Ti stringo ancora di più. Come in un film,  mi getti le braccia intorno al collo.

I tuoi occhi si socchiudono quando mi avvicino per respirare la tua pelle, sopra le spalle scoperte. Le mie labbra vengono attratte da una forza notturna. Ora incontrano le tue. Mi accogli.

Ci abbandoniamo. Le nostre mani ci scorrono addosso reciprocamente anarchiche e appassionate. Io non so più chi sono, dimentico il mio nome.

I nostri corpi a contatto si infiammano, sciogliamo i nodi dei vestiti, scorgo il tuo consenso, tu conosci il mio. E poi, istante dopo istante, libero la mia passione in te. Affondi le unghie nella mia pelle. Finalmente ti mostro cos’è l’amore.
Questo.

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29/10/2009

CAPELLI IN VOLO, ROTEANTI

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 19:24

Michela ha deciso di lasciare tutto per qualche tempo. “Un periodo sabbatico”, dice. L’ha sentito in Tv.

Dall’opulenta Milano è partita per l’est alla ricerca di niente. E l’ha trovato.

È stata in Bulgaria e in Iran, poi in Armenia e in Kazakistan.
E anche più in là, fino alle montagne dell’Asia.

Lì ha incontrato una comunità di seguaci Sufi, che danzano in grandi stanze buie. Da loro ha appreso l’arte della disposizione degli abiti negli armadi, ha imparato la meditazione delle pulizie domestiche, si è fatta insegnare la magia del bucato.
E ha infine ballato come i dervisci rotanti.

Oggi la possiamo vedere ancora lì, roteante, con i suoi lunghi capelli castani in volo.
Le braccia aperte, che sembrano dire: “Amore, vieni a prendermi quando vuoi!”.
Ma invece dicono: “Quando cazzo finisce ‘sta musica?”

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28/10/2009

ASTUZIE E AMORI

Filed under: AMORE UNIVERSALE — albertorobiati @ 22:07

Tu servi a far luce, ma forse nemmeno lo sai. Qualcuno ti ha piantato lì tra gli alberi che ti hanno circondato di foglie secche.
Ti passano intorno persone che non restano mai: chissà se ti è capitato di fare amicizia con qualcuno. Forse gli unici che ti danno retta sono i ragni che han messo su casa appesi a te.
Non sono poi così stupidi i ragni: approfitteranno della sera e della tua luce per inguaiare qualche farfalla notturna. Falene e zanzare intrappolate nelle tele astute tese tra il tuo cappello arrugginito e la tua faccia di vetro sporco. C’è da augurarsi che qualcuno di quei mostri multizampa ti abbia almeno ringraziato: “Ehi, lampione, ti sono grato per avermi concesso dimora qui: ho avuto pasti succulenti!”.
Macché, i ragni non danno confidenza: sono sospettosi. Come i gatti. E i piemontesi. Pensa a un gatto piemontese, amico lampione, e forse non ti sentirai più solo.
Che poi, a ben riflettere, ora sei tutto occupato nel tuo silenzioso e costante corteggiamento della centralina elettrica che abita proprio dietro di te.
Un giorno la inviterai a uscire, vero?

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27/10/2009

CLAUDIO LA NUVOLA

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 11:24

Questa è la storia di Claudio la nuvola.
Vista da lontano sembra una spremuta di dentifricio. Come quando da piccolo ti eserciti a scoprire il mondo partendo dal lavandino di casa: è troppo attraente quel tubetto per lasciarlo lì dov’è.
Lo devi afferrare e stritolare.
Qualche volta esce uno spruzzo che si schiaccia sullo specchio: sì che si scappa in quei casi.
Ma altre volte, stritolando, salta fuori un minuscolo lombrico bianco. Inerme, curvo, lavadenti.

Claudio la nuvola assomiglia al lombrico bianco. È piccolo piccolo se lo guardi vicino agli altri: il cirrocumulo, il cumulonembo.

Claudio da grande vuole diventare una nuvola da temporale. Un portento del fragore tempestoso. Il frastuono da crepacuore che precede lampi, fulmini e saette.
Claudio non ha mai saputo che differenza passa tra le varie scariche elettriche. Né gli importa qualcosa, in tutta verità. Lui vuole solo diventare una nuvola da temporale di quelli forti che spaventano i bambini e anche tanti grandi.
Una nuvola tonante che fa correre i gatti, abbaiare i cani, apparecchiare le tavole alle nonne. “Venite dentro che piove”, gridano ai nipoti. “Ma no, ancora dieci minuti!”, rispondono quelli. E le nonne, intanto, preparano il brodo scacciatemporale.

Claudio tutto questo lo sa. Il suo suono da tempesta non vuole spaventare i bambini, ma solo annunciare il passaggio di un esercito del cielo. Il plotone della pulizia celestiale che spazzola via tutto: polveri sottili, gas inodori, gas puzzolenti, antenne Sky, ricevitori Tim.
Claudio il condottiero: il suo sogno di nuvola bambina.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

26/10/2009

SOGNI A LIBRI APERTI

Filed under: BISOGNI QUOTIDIANI — albertorobiati @ 07:45

Lo volete sapere? Ve lo dico: sogno di fare lo scrittore.

Non l’ho mai detto a voce troppo alta.
Per superstizione. O per paura di non essere all’altezza, nonostante il mio metro e ottantacinque.
Ma un giorno ho deciso di accettare la sfida e mi son detto: sia pure, sarò uno scrittore!
E così è stato, sapete.

Mi ci sono avvicinato passo passo, fino ad arrivare a sfiorarlo. E poi mi è capitato di appoggiarci una mano sopra. L’ho fatto mio.
Come quando da bambino saltavo in camera per vedere fino a che punto potevo scalare la parete. E pensavo: “Una porta da calcio sarà grande quanto questo spazio: forse potrei già segnare un gol di testa”. Dopo quei salti, di gol di testa ne ho segnati parecchi.
Chissà, forse sarà stato anche qualcuno di quei palloni a portarmi via per sempre i capelli.
Mica tutti però: alcuni sono rimasti. Sono quelli che si imbiancano per il terrore di non farcela.
A diventare scrittore.

Ma ce l’ho fatta: oggi sono uno scrittore.
Scrivo di viaggi dentro la gola a stappare come l’idraulico liquido gli ingorghi dei “non detti”.
Scrivo di voli nelle galassie digestive per grattare via i mondi impossibili dell’educazione che ho ricevuto.
Ma i mondi sono possibili: io li scrivo.
E non dite che non vi piacciono questi mondi. Non dite che non vi piaccio.
Posso di tutto con le parole sulla carta: guardate, faccio una giravolta all’indietro e atterro senza danni sulle mani.
Mi arrotolo come un gomitolo di lana e vibrazioni calde. Ecco, guardatemi ora: sono un aereo da trasporto parlante!

…Mi rivedo bambino con il bisogno di piacere. Che ora svanisce: sono uno scrittore di mondi possibili dentro di noi. Mi basta così: sentirmi scrittore.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]

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