Laura ha conosciuto Mauro da poco, si vedono sistematicamente ogni sera. Ogni sera che non c’è il calcio in Tv. O allo stadio.
Mauro è un tifoso. Un ultrà, a voler fare i precisi. Segue la squadra della città in tutto il Paese. Coppe e amichevoli comprese. Di solito si porta uno striscione di tela bianco sporco. “HARD SUPPORTERS”, ci hanno scritto sopra con la vernice rossa. Mauro lo arrotola in un enorme zaino che si carica in spalla per ogni partita.
Laura non sa niente di calcio. Non ne ha mai voluto sapere, non capisce le regole, non capisce come la gente possa appassionarsi a un gioco così, non capisce come nessuno si accorga che è una montatura per tener buoni i popoli.
L’interesse per Mauro, però, è tale che sembra disposta a ridimensionare il suo punto di vista in proposito.
Insomma, dopo anni, si è fatta viva al bar sotto casa gestito da un cugino alla lontana.
I soliti “mosconi” sono distribuiti tra bancone e tavolini. Tutti, nessuno escluso, parlano di calcio. Contemporaneamente.
Ecco l’occasione per Laura per imparare qualcosa di utile, da riportare in una conversazione con Mauro. Lui capirà, così, quanto lei sia disposta a negoziare pur di instaurare una relazione matura.
Getta dunque un’occhiata attenta verso i tavoli del bar, dove: “…Ormai il calcio non è più uno sport, è business!”, fa uno sui quarantacinque, con la barba incolta.
“Quando non c’erano tutte queste telecamere era meglio!”, gli fa dietro il suo vicino di sedia, brutto e barbuto allo stesso modo.
“A quei tempi, l’importante era partecipare!”, si intromette un anziano, con i denti gialli di nicotina, appollaiato al bancone.
Un quarto, con i capelli unti, che legge il giornale sportivo aperto davanti al muso, interviene lamentoso: “Eh, eeeeh, comunque vale sempre la legge del gol: vince che ne fa uno di più!”. Così dicendo batte il dorso della mano sulla pagina aperta del quotidiano che titola a tutta pagina: “Il derby fa storia a sé”.
“Sì, sì…”, torna a farsi sentire il primo con la barba incolta: “Domenica noi faremo la nostra partita”.
“Oh, poi la palla è rotonda…”, ammicca il vicino brutto, volendo forse intendere qualcosa che però Laura non coglie.
Il cugino barista passa tra i tavoli a raccogliere bicchieri di vino e tazzine di caffè vuoti, senza perdere l’opportunità di dirne una lui: “Le partite durano novanta minuti…”.
Laura sembra soddisfatta, forse avrebbe bisogno di prendere qualche appunto, ma non fa in tempo a chiudere il pensiero che: “Sì, ma io ai miei nipoti glieli faccio passare davanti al televisore: con gli ultras di oggi non si può più andare allo stadio!”, spiega l’anziano.
“Fortuna che ci sono le telecamere!”, rinforza infine il brutto barbuto.
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