Per tutto il pomeriggio lungo le vie del centro non ha guardato nessuno. Si è fermata soltanto di fronte alla vetrina di Foot Locker. Prima o poi metterà le mani su quel ragazzo.
22/01/2012
20/01/2012
L’AMORE A SEI ANNI
Giorgia, una bambina di sei anni, aveva conosciuto Silvano a cena con mamma e papà. Silvano era un signore bello e simpatico, amico dei suoi genitori.
Silvano era gay, ma questo Giorgia non lo sapeva. E poi Giorgia neppure immaginava che significasse la parola ‘gay’. E non gliene importava.
Lei si era innamorata di Silvano, che era così gentile e divertente a tavola.
A Giorgia di Silvano piacevano i lunghi capelli neri, un po’ ondulati, e i bei denti brillanti di quando sorrideva.
Allora Giorgia, il mattino dopo quella cena, aveva deciso di scrivere, facendosi aiutare dalla mamma, una letterina a Silvano: “Silvano, io ti amo e ti voglio sposare. Giorgia”.
Silvano così aveva deciso di risponderle: “Cara Giorgia, la tua letterina mi ha fatto molto piacere e ti rispondo subito subito! Non ti conosco ancora bene, ma scommetto che sei una bimba intelligente e già scrivi molto bene. Quindi ho deciso che parlerò con un amico mio che è un mago e se lui riesce con un incantesimo a non farmi invecchiare più, ti prometto che ti aspetto e quando sarai abbastanza grande ci sposeremo senz’altro! Dovrà passare molto molto tempo però, perché ho tanti più anni di te. E, anche se l’incantesimo del mio amico mago non dovesse funzionare, sono sicuro che, in tutti questi anni che passeranno, tu incontrerai tanti ragazzi con il colore dei miei capelli che ti vorranno sposare. E quindi magari non sarai più libera! Vedremo. Ora non pensare più al matrimonio e pensa a crescere allegra e serena. Un grande abbraccio, Silvano”.
19/01/2012
07/01/2012
PRIMA DI TUTTO
Ogni giorno, dopo aver timbrato l’uscita dall’ufficio alle diciotto, attraverso il corso e raggiungo la fermata dell’autobus. Di solito ne passano parecchi a quell’ora e qualche volta anche uno in fila all’altro.
Ieri sera, per esempio, è stato così.
Allora ho deciso di salire sul mezzo che seguiva, immaginandolo più vuoto e quindi più confortevole.
In effetti è con facilità che ho trovato posto a sedere. Una volta partiti, mi sono dedicato alla contemplazione del panorama. Solitamente leggo qualcosa, un quotidiano, una rivista oppure, ma più raramente, un libro. Mi piacciono i romanzi gialli, gli unici in grado di tenermi incollato alla lettura. Altrimenti mi dimentico qualche pezzo e ogni volta devo rileggere pagine che avevo già letto. No, non sono un gran lettore. Però sono uno che si fa gli affari propri.
Giusto ieri pensavo a questo, uscendo dall’ufficio. Avevamo passato una giornata di noie a causa di parole incontrollate circolate tra i corridoi. Cose dette senza verificare davvero le informazioni, buttate lì a sproposito, per lo più. Certa gente parla solo perché ha la lingua in bocca. Ma forse bisognerebbe mozzargliela!
Meglio non dilungarmi in questi discorsi, d’accordo, ma qui si sappia soltanto che io sono uno che sta al proprio posto.
Pensavo a queste e altre simili cose, ieri sera, quando, dopo circa un’ora di tragitto verso la cintura della città, l’autobus era quasi del tutto vuoto. Poche persone, oltre me, hanno quindi visto salire questo quarantenne malconcio, con indumenti strappati e il viso scavato.
Son passati pochi minuti e il malridotto ha subito preso a lamentarsi a voce alta e a chiedere qualche moneta ai presenti. Lo ha fatto con poca cortesia, a dir la verità, ed è appunto per questo, immagino, che un anziano seduto due posti avanti a me l’ha redarguito: “Prima di tutto, lei dovrebbe rivolgersi agli altri con più gentilezza, maleducato!”. L’uscita del signore avanti di età è stata una sorpresa per molti, me compreso, abituati come siamo a starcene a mugugnare sulle cose della vita in silenzio.
Sono bastati pochi istanti, però, per risvegliare l’obiezione di una giovane donna, che verso l’anziano così si è espressa: “Prima di tutto, lei, signore, dovrebbe mostrare sensibilità per la sofferenza di questa persona!”.
Non nascondo che io per primo sono rimasto attonito, ma devo aver condiviso con altri lo stato d’animo perché di lì a un niente un tizio con una protesi al braccio sinistro ha ripreso la giovane donna: “Prima di tutto, mi scusi, è lei signorina a dover portare rispetto per una persona anziana!”.
La faccenda si è fatta seria in un attimo, non appena, cioè, una donna di colore con un piccolo bambino addormentato tra le braccia ha ricordato al signore con la protesi, articolando in questa lingua alla bell’e meglio: “Prima di tutto, lei si deve rivolgere a una donna con gentilezza!”.
Nessuno in effetti potrebbe dir contro alcunché, non fosse che un giovane salito da poco e sedutosi a pochi sedili dalla scena ha rimproverato la donna di colore: “Prima di tutto, signora, abbia pazienza, ma tenga in conto che il signore è portatore di un handicap!”.
Qui, ormai nel buio del tardo pomeriggio e ormai lontani dalle luci del centro città, una donna benvestita ha rimbrottato il giovane: “Prima di tutto, tu, ragazzo, mostra più tolleranza per persone di colore!”.
A quel punto, e mi sorprendo ancora adesso visto che sono uno che si fa i fatti propri, non mi sono più tenuto e d’impulso ho gridato al conducente dell’autobus: “Prima di tutto, scusi, signor autista, per favore fermi il mezzo che ho la nausea per tanta buona creanza!”.
Non è passato più di un secondo che all’unisono, tutti in coro, i passeggeri del mezzo mi rispondono: “Prima di tutto, lei dovrebbe sapere che è vietato rivolgersi al conducente!”.
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02/01/2012
INVESTIMENTI PER IL FUTURO
Sì, sbaglio i congiuntivi e mi perdo le concordanze dei tempi verbali. E con questo? Farò anche errori di grammatica quando parlo, ma non sono uno stronzo.
Oggi il mio capo mi ha fatto i complimenti. Lui ha guadagnato sei milioni in due ore grazie al sottoscritto, mentre io, eh, ho ricevuto una bella pacca sulla spalla. Certo, i complimenti mi sono stati rivolti in un italiano perfetto. I miei pensieri nei suoi confronti, invece, erano assai sgrammaticati.
Lavoro in banca. Una filiale. Fare carriera nelle sedi centrali è difficilissimo. Il direttore, il mio capo, collabora con una specie di studio associato costituito da agenti di borsa e promotori finanziari.
Cioè professionisti dei soldi.
Cioè speculatori.
Cioè truffatori.
A dir la verità il mio capo ha con costoro soltanto relazioni “non ufficiali”. Come direttore di banca sa di dover evitare ogni connivenza imbarazzante. Lui ha una grande proprietà di linguaggio, non dice associazione a delinquere, ma “osservatorio sulla finanza”. E non si definisce in affari con loro, piuttosto esprime una “disinteressata simpatia”.
Il direttore è falso come i soldi del “Monopoli”. Ma il mio collega Davide e io non possiamo dirlo ad alta voce, perché qui dentro tutti sono in combutta col capo. Tutti eccetto Davide e me.
Davide lavora in filiale da oltre cinque anni. Mentre io sono dentro da poco più di uno. Ogni giorno lui e io scambiamo centinaia di parole chattando con il computer. Un modo come un altro per far passare il nervoso in un ambiente pesante come il nostro. Ma preferisco non rivelare i dettagli delle nostre interazioni nascoste, perché ci sono in giro “osservatori” e “simpatizzanti” con l’occhio lungo e la lingua veloce.
Davide è altissimo e giocava a pallanuoto nella prima serie italiana. Ha addirittura ricevuto la convocazione in nazionale. Poi si è laureato in economia ed è arrivata anche la convocazione della banca. Naturalmente Davide, che non fa di coraggio e perserveranza le sue migliori peculiarità, ha mollato l’agonismo e una potenziale carriera sportiva per seguire una più attuale carriera da impiegato di banca. Dell’epoca di giovane pallanotista conserva i muscoli di torace, spalle e braccia. Pare un Suv.
Come quello del nostro capo, che “consta di tutti gli optional possibili e immaginabili”, così ci ha detto quando l’ha comprato. Se n’è arrivato sei, sette mesi fa con quel macchinone verde scuro metallizzato. Ci ha chiamati tutti fuori e ci ha mostrato la sua conquista. “Vedi?”, mi ha detto strizzando l’occhio, “ha i vetri opacizzati… sai a cosa servono, no?”.
“Questa è l’auto dei potenti”, ha detto ruffiano qualcuno dei colleghi rimirando la cromatura del Suv. E per l’appunto il nostro capo si è vantato spesso, nei mesi trascorsi, di fare per la strada quel che vuole. Parcheggia sui marciapiedi, s’infila nelle corsie preferenziali, non dà mai la precedenza, ritiene il semaforo rosso un semplice consiglio.
Davide e io non siamo disposti a concedere al capo e al suo stuolo di galoppini la nostra ammirazione. Facciamo il nostro lavoro e basta. Di lui, di Davide, che è spilungone ho già detto. Mentre non ho specificato che è anche un adone. Per la mia infelicità. Infatti tutte le colleghe non hanno occhi che per lui. E non soltanto gli occhi.
Fabiana, per esempio, che è senz’altro la più ambita nella categoria “giovani colleghe”, gli ronza intorno da mattina a sera. Si presenta alla sua scrivania con le motivazioni più varie. A volte per una precisazione su un’analisi di mercato, altre volte per chiedere in prestito qualche pezzo di cancelleria.
Ieri s’è sistemata alla scrivania di fronte alle nostre, perché la collega che ci si siede di solito è in ferie. Da qui Fabiana ha dato il meglio di sé. Fingendo di battere sulla tastiera del Pc ha tenuto un monologo rivolta a noi riguardo il suo vecchio amore.
Una storia che lei trascina da quasi dieci anni con un tizio che a quanto pare, dopo essersela sbattuta in tempi lontani, non le rivolge più la parola se non per formale cortesia. Ma lei niente, ne parla come fosse suo marito con il quale attraversa un lieve crisi.
Un effluvio verboso durato decine di minuti e proseguito in pausa pranzo. A un certo punto, con il piatto di verdure bollite – “Sapete, la dieta della palestra…” – davanti al naso, raccontava di essere così confusa in questi giorni da perdersi dei pezzi incredibili. “Per esempio, ma non ridete, eh! Oggi, addirittura, ero talmente fuori che ho dimenticato di mettere le mutandine!”. Sbattendo le palpebre ha fissato Davide dritto negli occhi. Ma lui niente.
Io, invece, facendo mente locale lì seduto al tavolo ho realizzato che Fabiana portava la gonna. Ne sono rimasto tanto turbato che mi son perso il seguito. Tentavo in effetti di escogitare qualche stratagemma per sbirciarle tra le gambe. Mentre Davide, un Cristo tra i conti correnti, con i suoi lunghi capelli castani che cadono ondulati poco sopra le spalle, lasciava cadere la faccenda delle mutandine mostrando invece una composta attenzione allo sproloquio della nostra avvenente collega.
Io a fine giornata ce l’ho fatta. Ma la storia delle mutandine non era vera.
Dicevo che non sono uno stronzo. Però la prossima settimana comprerò un’auto di seconda mano. Proprio così: il mio capo svende il suo Suv e me lo faccio io per diciottomila euro. Che lui mi tratterrà direttamente dallo stipendio con un trucco che ha appreso dagli esperti dell’osservatorio sulla finanza.
Già, andrò in giro per la città in Suv. Benché abiti a poche centinaia di metri dal lavoro. Squallido? Sì. L’orgoglio? Non l’ho mai avuto. Tanto che per ottenere un piccolo sconto ho dovuto seguire il capo a uno dei suoi rendezvous di finanzieri. Un sontuoso rinfresco in una villa sulla collina a nord della città. Con tanto di camerieri in guanti bianchi. Oltre la metà delle persone presenti mi erano sconosciute e ho fatto in modo che lo rimanessero.
A fine serata ho avuto la conferma che valesse la pena. Mi sono avvicinato al capo che parlava con alcuni tizi. Uno di questi, col maglione a collo alto, teneva banco con voce roca. Era da poco diventato genitore e con un calice in mano l’ho sentito dire con le mie orecchie, tra gli ammiccamenti dei presenti: “Sì, sono padre, ma non saprei spiegare come mi sento, ora come ora. Cioè, se fossi su una mongolfiera e dovessi scegliere chi tenere su tra il bambino e Morgan, il mio rottweiler, terrei Morgan”.
Il giorno dopo in ufficio ho taciuto sulla serata. Neppure a Davide ho raccontato i dettagli. Ho cercato di dirottare il discorso sulla questione dei soldi. Del resto, siamo esperti di finanza.
Infatti, con questa spesa del Suv dovrò tirare la cinghia. Altro che finanza. Guadagno bene, certo, lavoro in banca! Ma non voglio spendere quei quarantacinque centesimi in più al giorno che in mensa ci hanno chiesto. Han cambiato il servizio proponendo cucina biologica, dicono. Ma a me non interessa. Con Davide e la collega di turno che ci prova con lui andiamo al bar oltre il parcheggio. Un’insalata o una piadina e con quattro euro te la cavi. In mensa spendi di più. Quei quarantacinque al giorno per ogni giorno della settimana fanno due e trentacinque. Il che vuol dire quasi dieci euro in più al mese. Ma sono matti? E poi mangi anche di meno!
Il mio capo, con fare da divo, ci ripete spesso questa massima: “La finanza è questione di saldezza, ragazzi. Attenti a quello che desiderate, potrebbe realizzarsi!”. Sembra convinto di fare un figurone. Ma è sempre la solita storia che ripetono in tanti, fin dai tempi del liceo quando una frase idiota come quella te la ritrovavi scritta sul diario dopo averlo lasciato a qualche amichetta del cuore nell’ora di storia.
Soltanto a ripensarci oggi mi accorgo che quell’amichetta e il mio capo han ragione. Faccio errori di grammatica e dalla prossima settimana andrò in giro in Suv come uno stronzo.
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06/12/2011
TRENDS AND TEMPTATIONS
Non ho mai tradito mia moglie. Lo dico con fierezza, perché in giro non sono in molti a vantare un simile primato.
Ho letto su una rivista che il settanta per cento degli uomini tradisce la propria compagna. Come spesso capita sono sondaggi fatti per sentito dire. Tu quante persone conosci? E quante di quelle tradiscono? Ed ecco bella e pronta la tua statistica.
Be’, io ci credo. Per me sono numeri attendibili. Sono convinto che il mondo percepito sia più vero di quello raccontato dai numeri.
Da quando sto in agenzia curiamo ogni nostra indagine con questo metodo. Si chiama marketing. E noi siamo all’avanguardia nel settore Nuove Tendenze.
Si rivolgono a noi grandi aziende e grandi enti pubblici, qualche volta anche i partiti politici maggiori. Mostriamo loro la rotta per il futuro.
Facciamo le previsioni come alla televisione, soltanto che noi non ci occupiamo di meteo, ma di mercati. Una perturbazione di stili luccicanti caratterizzerà la moda italiana. Come un vortice ciclonico il trend econaturalista si abbatterà sui consumi alimentari in estate. Rovesci di nuove tecnologie e multimedialità in tutto il Paese.
L’agenzia si chiama Trendmania, tanto per non lasciare nulla al caso. L’ha fondata Rodolfo, il grande capo. Rodolfo Maffucci, molto noto negli ambienti d’elite per essere stato tra i pionieri italiani nel terziario avanzato. Anche Trendmania è assai conosciuta. Ogni tanto il nostro marchio finisce nei “sottopancia” televisivi in occasione di exit poll elettorali o nei colophon delle pubblicazioni dei maggiori istituti di statistica e ricerca sociale. Insomma, siamo con le mani in pasta, come si dice in questo mondo.
Dicevo che non ho mai tradito mia moglie Marta. E come potrei farlo? Dopo nove anni di vita coniugale, più i quattro di fidanzamento. Stiamo insieme da parecchio tempo. E per parecchio tempo. Anche lei lavora “in” Trendmania. Sto attento alla corretta espressione di queste formule: non si dice “lavora alla Trendmania”, ma “lavora in Trendmania”. È il primo insegnamento che ho ricevuto da Carla, la moglie di Rodolfo, socia cofondatrice dell’agenzia. Mi disse: “Parli una lingua che è rimasta indietro: tu lavori su Milano, non a Milano”. Sono faccende di preposizioni semplici e articolate, è bene adeguarcisi.
Quel che fa tendenza qui in agenzia è l’abitudine all’adulterio. Pare che Rodolfo, assecondando in tutto e per tutto un logoro luogo comune, abbia sempre voluto testare le sue nuove segretarie. Lo stesso si dice di Carla, donna avvenente ed elegante in barba ai suoi cinquant’anni. Lei non testa le segretarie ma gli account manager. Sottigliezze di forma che si incontrano perfettamente nella sostanza: i “mazzi” di corna regalati al proprio partner.
Fin dall’inizio ho intuito che questo fosse l’andazzo. Di mio ho sempre preferito evitare ogni coinvolgimento. Quanto a Marta, che fa la direttrice amministrativa, non dico che non mi sia mai preoccupato dei corteggiamenti di clienti e fornitori nei suoi confronti. Anzi, è stato motivo di numerose discussioni tra noi. Tuttavia col passare degli anni abbiamo imparato a convivere con queste tensioni. Mi fido di Marta e so che lo stesso vale per lei.
Dopotutto abbiamo entrambi superato la fatidica soglia degli “anta” e ci riteniamo quasi in pace con i nostri sensi. E appagati dalla vita, che ci ha regalato due splendidi figli, che ormai hanno sedici e dodici anni.
Come passa il tempo.
Tanto rapidamente che mi ero scordato di cosa mi aspettasse oggi. Nel momento in cui ti accorgi che ogni equilibrio interno ed esterno appare alla portata, quando l’universo e i suoi elementi sembrano una volte per tutte tuoi amici, proprio mentre realizzi che anche il destino congiura in tuo favore, bene ecco che un dio greco tentatore ti presenta innanzi il più attraente degli inviti. Già, oggi in agenzia avrò un lungo incontro di lavoro con Magenta Ceccarelli da Bologna. Magenta è l’incanto fatto a persona, una joint venture ai quattro punti cardinali di seduzione, savoir faire, sensualità e cortesia.
Tanto per fare un esempio, Magenta appena entrata negli uffici di prima mattina saluta i colleghi con un signorile “Buongiorno” in perfetta dizione, frutto di anni di recitazione teatrale con alcuni tra i più grandi mostri sacri del teatro italiano.
Il collega qualunque, il giovane anonimo, il dipendente senza personalità, ognuno è solito farsi vivo al mattino con uno sciatto “Ciao”. Qualcuno azzarda un “Com’è”, indegna contrazione di “Come stai?”. Ma la maggior parte incupisce nel silenzio, limitandosi a grossolani versi a denti stretti: “Ouh”, “E-he”, “Uh”.
Magenta ti sorride, accecandoti con il bagliore dei suoi denti perfetti, ti brucia con il suo sguardo acuminato e ardente, quindi ti augura il “Buongiorno”, lasciandoti di fatto senza fiato.
Oggi mi tocca lavorare con lei. Una giornata intera e, se serve, c’è pure l’overtime, cioè il tempo supplementare. Lo straordinario. L’ordine dall’alto è: “Tutto va chiuso entro l’alba: le nove di domani mattina sono l’inderogabile deadline per la consegna dei lavori”.
Magenta è esperta di trends culturali. Ha contatti con alcuni tra i maggiori opinion leader nazionali. Saggisti, scrittori, professori universitari, imprenditori. Qualche ministro. I maligni vociferano che Magenta sia una sorta di “consulente d’alto bordo”, lasciando ben chiaro il sottinteso.
Marta conosce Magenta per averci collaborato anni fa su un progetto internazionale. Roba che aveva a che fare con l’industria del cinema da Hollywood all’Abetone. Proprio ieri sera a cena mi ha ricordato: “Domani sarai particolarmente sollecitato. Cerca di riposarti stanotte, c’è bisogno della tua massima lucidità”. Il nostro rapporto fila dritto così, non abbiamo bisogno di troppi chiarimenti a parole.
Mia moglie uscirà dall’ufficio nel pomeriggio dovendo andare a prendere la più piccola al doposcuola. Io invece ne avrò ancora per diverse ore. Con il cellulare staccato, come si conviene in queste occasioni di full immersion lavorative.
Mi chiedo come andrà con Magenta. L’ultima volta che l’ho incrociata per lavoro, circa un mese fa a Roma, abbiamo lavorato con il gruppo di cool hunter, i “cacciatori del nuovo”. Non saprei dire ora come ora se è stata la mia immaginazione o se invece quegli sguardi fossero davvero dei messaggi inviati nella mia direzione.
Durante quella riunione, che si è protratta per alcune ore come spesso capita, Magenta ha dato un saggio di fascino. Non ha parlato molto ma quando l’ha fatto i suoi contributi sono stati risolutivi, definitivi, assoluti. Accompagnava ogni parola con il movimento lento delle dita affusolate. Mantenendo indice e medio appena appena separati, come una suonatrice di arpa.
Passate le due ore le nostre posture si sono modificate gradualmente sulle pur comodissime sedie del tedesco Hassler towards Design. Per farla breve, Magenta nel sedersi a gambe incrociate si è sfilata gli stivali, mostrando a noi – o soltanto a me? – il più nobile paio di piedi che abbia mai calpestato la superficie del pianeta. Avvolti nel trasparente nylon d’autore delle calze, erano un concentrato di erotismo.
In più circostanze, quella volta, Magenta mi ha messo al centro dei riflettori. Per esempio, quando seguiva ogni mio intervento annuendo col capo e facendo cadere al rallentatore le palpebre sui suoi occhi nerissimi. E quando con quei sorrisi sottolineava l’accordo con le mie considerazioni. E poi quando mi ha preso sottobraccio, durante una pausa, per legittimare di fronte al resto del gruppo il mio ruolo competente sui temi trattati.
Dentro Trendmania sono tutti professionisti del tradimento. Da esperti autorevoli raccontano i trucchi dell’adulterio perfetto. Altri, provetti segugi, svelano come hanno colto in flagrante mogli o fidanzate. Anche la compagine femminile ha una certa competenza in materia.
Mai conservare email o sms dei tuoi amanti!”, dicevano in comune accordo, “Va bene, li vuoi tenere per ricordo, ma è meglio per te se li conservi nella memoria e non su Pc o cellulare!”. E poi: “Il traditore alla fine vuole farsi beccare, per esempio si mette a parlare dell’amante con il partner con l’intento un po’ ingenuo di ridimensionarne l’immagine, relegandolo in ruoli castissimi. Eh, lasciami dire: è roba da ragazzini! Il vero adultero sa che non deve mai e poi mai nominare il proprio amante con il partner. Non deve stare nella rubrica email, né in quella del cellulare. Tutto deve rimanere nella testa dei colpevoli…”.
Uno dei manager mi ha rivelato, dandomi di gomito, le sue “regole del perfetto trasgressore impunito: allora, con questa tizia, anche lei sposata e con figli, ma grandissima donna, te lo giuro. Ecco con lei abbiamo una regola fondamentale: divieto assoluto di chiamare o mandare messaggi prima delle nove di mattina e dopo le sette di sera, nel weekend e nei festivi! Niente di niente. Silenzio e distacco. Non si devono creare le condizioni per domande spiacevoli e soltanto apparentemente innocue, come – Chi era? – da parte di tua moglie. Stai a sentire me e vedrai che tutto procede per il meglio!”.
Cosa ne so io, che non ho mai tradito Marta. Magenta probabilmente non ha alcuno di questi problemi. Vive i suoi trent’anni o poco più nella consapevolezza della sua bellezza rara.
Adesso, mi attende una giornata intera di lavoro con lei, un tete a tete a oltranza. Che di certo andrà a intensificarsi proprio in serata, come ordinariamente succede in questo tipo di attività, allungandosi, chissà, fino a notte fonda.
Ieri Magenta mi ha scritto un’email: “Come d’accordo ci vediamo domani. Ti aspetto in grande forma! E mi raccomando: portami a cena in qualche posto carino, magari con la musica, così ci mettiamo di buon umore nel caso in cui vogliamo lavorare insieme tutta la notte…”.
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05/12/2011
L’ARTE DELLA GUERRA
Un tempo ero convinto che la professione può garantirti nella vita. Pensavo che tutti i benzinai hanno sempre il pieno, che i medici non s’ammalano mai, che i comici ridono di continuo e che i massaggiatori vivono rilassati.
Non sapevo nulla, invece, che esiste uno scarto tra te e il lavoro che fai.
Pare sia qualcosa di scientificamente misurato. Voglio dire, da qualche parte ci sarà una ricerca americana che conferma lo scostamento tra il privato e la professione. Tra il vivere e l’ammazzarsi nel lavoro, tra l’essere e il fare.
“Il calzolaio ha le scarpe bucate”, fa Maurizio con le guance gonfie in riunione con il Cliente, “e così noi non abbiamo ancora sviluppato una strategia analoga per la nostra compagine aziendale. Siamo troppo impegnati a fare business. Capite, siamo troppo preoccupati di dare risposte rapide a chi ci accorda la propria fiducia e diventa nostro cliente”.
In quelle che chiama le “pubbliche prostituzioni” Maurizio gongola tronfio, in parte riparato dietro i suoi occhialini leggeri che lui si vanta di coordinare con i lacci delle scarpe.
Sbircio sotto il tavolone rotondo del meeting e, dopo un’attenta analisi, deduco che oggi Maurizio indossa dei mocassini.
Prima che l’incontro abbia termine, Maurizio riesce ancora a metterne a segno un paio per placare gli ulteriori, giustificati, dubbi del Cliente, spinto a sborsare migliaia di euro: “Non esistono problemi, ma solo soluzioni!”. E, qualche minuto più tardi: “Dipende da dove decidiamo di stare: dalla parte dei problemi o da quella delle soluzioni?”.
“Vedi, bisogna avere la risposta pronta, non puoi mostrare paura o incertezza, altrimenti il Cliente se ne accorge e ti frega!”, mi dice.
“Questa è una guerra caro mio, l’hai letto il libro del cinese sulla guerra? Leggilo!”, mi dice ancora.
“Chi è l’autore?” chiedo.
“Chen Lo. O Kung Fu o roba simile”.
“Con Fu Cho?”, scherzo io.
“Ma sì!”, fa lui, “Oppure no. Non lo so. Ma che importa chi è l’autore. Queste manie. Come quelli sui giornali che vogliono far vedere che la sanno lunga e ti riempiono pagine su pagine di nomi e citazioni. Chissenefrega dell’autore, conta quello che c’è scritto dentro!”.
“Qual è il messaggio del libro?”, chiedo io.
“Roba sulla guerra”.
“A te è piaciuto?”, domando incautamente, poi subito mi ravvedo: “Cioè, ti è servito?”
“Certo. Abbastanza. Come a tutti. Insomma, ne ho letto qualche paginetta. Quelle citate dai manuali sulla vendita”.
Guida spedito in mezzo al traffico di Genova. Abbastanza spesso toglie entrambe le mani dal volante per battere qualcosa sui tasti del suo telefono multifunzione. In quei frangenti solleva di poco la gamba sinistra e tiene la rotta con il ginocchio. Riesce anche a percorrere strade lievemente curve.
Guarda avanti mentre mi parla, abbassando di poco le palpebre come fosse in meditazione. “Ti regalo una perla: c’è un aggeggino, grande come una tessera, che può usare chiunque e serve per misurare quanta anidride carbonica c’è nel tuo ambiente. Adesso lascia stare che non serve a niente, ma la tecnologia è la strada, capisci? Te lo dico io!”. Sottolinea: “La Strada, con la maiuscola. Quella che porta al futuro, cazzo”.
Poco più tardi siamo all’ingresso della sede del nostro Grande Cliente. Dobbiamo attendere un po’ sulle poltroncine di una saletta lì a fianco. Restiamo seduti il tempo di sentire Maurizio che sciorina la sua idea di economia d’impresa: “Ci sono quelli product oriented, orientati al prodotto, poi quelli market oriented, orientati al mercato, poi i business oriented, i furbi, che sono orientati a fare affari, di recente le nuove tendenze le fanno i people oriented, orientati alle persone! Trendy, eh? Ma io ho la mia visione, traccio io lo scenario del futuro: le aziende dovranno essere un mondo di felicità, orientate alla fica!”.
Finalmente, ci invitano ad accomodarci nella sala riunioni: “Potete cominciare a installare il vostro Pc per la presentazione”, ci dice un giovane tecnico ben curato nell’abito e nella dizione.
Nella sala hanno appena terminato un meeting interno per la definizione dei budget dell’anno venturo. Maurizio, padrone della situazione, mi dice: “Segui me”.
Entriamo e io dispongo il nostro materiale sul tavolo, mentre lui inizia a emettere gemiti acuti. Cerco di scrutarlo alla ricerca di una spiegazione, ma lui emette colpetti di tosse che nascondono una risatina.
Poi si schiarisce la voce rumorosamente e con gli occhi, spostando le pupille da me a dietro di me, mi fa cenni insistiti di dare un’occhiata al grande schermo acceso alle mie spalle.
Imprudentemente i responsabili della presentazione del Grande Cliente hanno dimenticato in funzione il loro computer che è ancora collegato al proiettore, lasciando così in bella mostra una diapositiva della loro presentazione.
Maurizio si avvicina al nostro portatile che ho appena avviato e con un gesto deciso lo volta verso sé. Quindi mi dice con tono epocale: “Adesso ti do una grande lezione di business, caro mio”.
Non mi resta che attendere per capirci qualcosa, finché vedo che Maurizio sta modificando il file della presentazione della nostra offerta. Getto un occhio più attento allo schermo dietro le nostre spalle e finalmente leggo ciò che prima non ho colto.
La diapositiva riporta queste parole: “Budget preventivo di spesa in tecnologia: euro 1.000.000″. Sento dentro un moto di euforia che stento a governare, adesso sono io a emettere un gridolino: “Uh!”, faccio, spalancando gli occhi.
Maurizio modifica la diapositiva della nostra presentazione al punto in cui menzioniamo le cifre di spesa. Sostituisce il prezzo del nostro prodotto, che ieri abbiamo faticosamente calcolato in trentamila euro, scrivendo trecentocinquantamila.
Provo un senso di vertigine scambiando uno sguardo d’intesa con Maurizio. Assaporo questa speciale e astuta connivenza. Lui sbatte gli occhi e protende leggermente le labbra in avanti, come a dirmi: “Lascia fare a me”.
Sono orgoglioso di accompagnare Maurizio. Nonostante talvolta appaia un po’ esagerato e patetico, credo sia un fantastico stratega, un condottiero che sa districarsi alla grande nella giungla del mercato.
Intanto, si affaccia alla porta l’assistente del Direttore del Grande Cliente che ci richiama: “Scusate, il Direttore vi aspetta di sopra”. Invio a Maurizio un’espressione interrogativa, lui un po’ disorientato ripete il cenno di seguirlo.
Chiede: “Non è qui l’incontro?”.
“No, qui c’è stata un’esercitazione dei neoassunti, il Direttore preferisce non mescolare le energie, non ama particolarmente quell’immaturo entusiasmo dei neofiti”.
Insieme all’assistente percorriamo il corridoio e poi prendiamo l’ascensore. “Siamo appena usciti da un incontro che ci ha molto maldisposto”, dice lui pigiando il tasto del quarto piano. “Siamo stufi di certi venditori da strapazzo che vogliono propinare prodotti di dubbia qualità a cifre senza alcun senso. Il Direttore è furibondo!”, ci rivela quando le porte automatiche si aprono davanti a noi.
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QUEL RARO SENSO DEL DOVERE
Stamattina sono entrato in ufficio con una convinzione speciale. La chiarezza del mio futuro in azienda, segnata dal raggiungimento degli obiettivi di budget, dalla proattività nell’attuare progetti innovativi, dall’abilità di leadership espressa nel condurre gruppi di lavoro.
Ho visto me stesso promosso a incarichi di maggiore responsabilità, con ampi poteri decisionali. E conseguente, notevole, aumento di remunerazione. E relativo incremento del livello contrattuale. Risultati di eccellenza. E in soli dodici mesi!
Diciotto, se la contrazione economica durerà più del previsto.
Ho pensato: “Accidenti!”.
Tuttavia, non ho voluto modificare alcuna delle mie buone abitudini. Come ogni giorno ho timbrato il cartellino e salutato Paola che sta al centralino, che ha risposto al solito modo con un benevolo sorriso.
Poi ho raggiunto la mia scrivania al centro di quello che qui in azienda chiamiamo “l’acquario”. Un rettangolo di ufficio perimetrato da pannelli trasparenti di plexiglass con due porte su ognuno dei due lati corti. All’interno otto postazioni di lavoro.
Alle nove in punto mi sono seduto, ho acceso il pc e ho osservato immobile con gli occhi fissi sul monitor tutti i passaggi del caricamento del sistema operativo. Ho respirato profondamente, in silenzio, gustando ancora quella sensazione convinta.
Anche se, lo ammetto, è qualcosa che faccio spesso. Mi fermo da qualche parte, meglio se non ci sono colleghi nei paraggi, e mi concentro su un oggetto qualsiasi. Una bacheca per i dipendenti appesa al muro, la pulsantiera della fotocopiatrice, il portaombrelli in ferro nel corridoio d’ingresso. Uso questa strategia come carburante per rigenerare le energie e magari fare uno sprint sulla consegna di un progetto.
Ed eccomi qua. Sono le nove e venti e ho appena terminato di visionare l’agenda. Tra le diverse attività del giorno, decido di dare priorità all’elaborazione del rapporto semestrale. Mi dirigo verso l’archivio per recuperare i dossier mensili.
Sul tavolone laterale, che utilizziamo per appoggiarci la corrispondenza, vedo che sono arrivati i risultati dell’Analisi di qualità. Si tratta di un altro progetto, lo so, ma sono curioso di vedere come siamo andati.
Scarto la bustona giallastra che ha su scritto il nome del mio gruppo di lavoro, i “Celti”. Già, in azienda abbiamo l’abitudine di dare un nome ai team di progetti speciali rievocando le popolazioni europee di un tempo. L’anno scorso ho lavorato nei “Galli” per l’indagine sulle procedure di sicurezza. Grande esperienza.
Sfogliando le pagine dell’Analisi di qualità mi accorgo che quei risultati sono vitali per far procedere a dovere il lavoro dei “Celti”. Decido allora di posticipare il rapporto semestrale. Estraggo da sotto il tavolo una sedia e mi ci appoggio.
Alcune pagine dentro la busta sono rimaste parzialmente incollate tra loro. Provo a passarle tra i polpastrelli di indice e pollice per tentare di scollarle, ma non riesco. Mi guardo intorno e mi viene l’idea di usare il badge che porto pinzato al taschino della camicia. Lo sfilo dall’involucro di plastica trasparente e lo passo tra una pagina e l’altra. Lentamente, attento a non strapparle o stropicciarle. Le pagine si scollano man mano. Poso il badge sul tavolo e mi godo lo spettacolo di un lavoro ben riuscito.
Mi alzo per andare a sistemare le pagine con i risultati dell’Analisi di qualità sulla mensola dedicata ai “Celti”. Bene, è stata una scelta fortunata perché ho potuto riscontrare che la mensola è piena di materiali. Penso, ma allora avevo ragione lo scorso mese quando chiedevo di duplicare i nostri storage, gli scaffali dedicati al ricovero dei nostri dossier.
Eh, quella sì che è stata un’attenta osservazione delle criticità.
Bene, è proprio il caso che vada a parlare con Mirarchi dell’ufficio Acquisti di questa faccenda degli archivi.
Lascio la bustona giallastra e il plico con l’Analisi di qualità sulla scrivania lì a fianco. È la postazione di lavoro di Gisella Poddu, la giovane assunta a inizio anno come apprendista. Oggi è a una visita di routine per la gravidanza. È al quinto mese.
Torno alla mia scrivania per munirmi della lista di approvvigionamenti. La trovo facilmente, perché lascio sempre nel primo cassetto i documenti importanti di lavoro.
Mentre mi dirigo da Mirarchi, do una sbirciatina alla lista e scopro che abbiamo già raggiunto i limiti di spesa. Così penso sia meglio andare all’ufficio Contabilità e pregare loro di richiedere l’acquisto della mensola. Suppongo che la loro lista di approvvigionamenti abbia ancora margini di spesa. Non hanno particolari esigenze in quell’ufficio, eccetto ovviamente le dotazioni minime di cancelleria.
Camminando per il corridoio sorrido al pensiero che i neoarrivati in azienda avrebbero difficoltà a risolvere una situazione come quella che sto affrontando io. Mentre io viaggio sicuro. Conosco perfettamente la disposizione degli uffici, ho la mappa dell’azienda incisa nella testa. Potrei muovermi a occhi chiusi sui quattro piani di uffici operativi.
A rifletterci bene, devo dire che conosco poco i piani dirigenziali, quelli che vanno dal quinto al settimo. Per un attimo provo un senso di chiusura alla gola. Ma subito mi sciolgo, e sorrido al pensiero che tra qualche tempo avrò un ufficio lassù.
Giro l’angolo verso il corridoio dell’Amministrazione e di fianco alla fotocopiatrice scorgo la scatola di cartone che ho lasciato ieri sera. Ero di corsa per chiudere le ultime questioni rimaste. Avevo passato il pomeriggio a tentare di spiegare all’apprendista Gisella come funzionano i nostri macchinari. In effetti, ci ho speso più tempo del dovuto, ma mi è sembrato gentile darle una mano dal momento che si porta una creatura in grembo.
Alla fine però volevo sbrigarmi a timbrare l’uscita è ho lasciata alla fotocopiatrice la scatola di cartone delle risme di fogli con cui ho caricato la macchina.
E stamattina me l’ero dimenticata. Fortuna che non m’ha visto nessuno e posso occuparmene adesso risolvendo in un attimo la cosa.
Guardo la scatola vuota che sto portando al magazzino e mi sembra in ottimo stato. Penso, perché non tenerla da noi in caso di futura evenienza? Sotto la mia scrivania non darà alcun fastidio.
Sono queste piccole intuizioni quotidiane che fanno lavorare bene.
Tornando verso l’acquario scelgo però di non ripetere lo stesso percorso e allargo verso l’ufficio Recupero crediti. Imboccherò il nostro ufficio dall’entrata opposta alla solita, ma questo mi permetterà di sgranchirmi un po’. Sì, è una mia abitudine. Non sono solito fare molto movimento fuori dal lavoro, così ne approfitto in azienda, quando devo spostarmi da un ufficio all’altro. Prendo spesso il tragitto più lungo per raggiungere qualche collega. Un modo come un altro per tenersi in forma, no?
Dentro l’acquario, vedo la mia scrivania dalla prospettiva opposta a quella ordinaria. Da questo punto mi accorgo che la felce sul mio tavolo, che appare così rigogliosa quando sono davanti al monitor, vista da qui ha invece alcuni rami secchi.
Appoggio la scatola di fianco all’armadietto delle pratiche evase – la sistemerò più tardi, mi dico – e prendo le forbici da carta per tagliare i rami secchi. L’occhio mi cade sulla pila di pratiche evase e vedo che in cima c’è quella relativa a “Salvioli Alluminio” in cui dovevo ancora inserire un dato pervenuto ieri pomeriggio. Meglio occuparmene presto prima che qualcuno decida di trasferirla in archivio. La felce, dopotutto, può aspettare.
Abbranco in fretta la pratica “Salvioli Alluminio” e faccio per appoggiarla sulla mia scrivania, quando vedo a terra, vicino ai cavi del computer, il pennarello nero che usiamo in sala riunioni per la lavagna a fogli mobili. Qualcuno deve averlo portato e fatto cascare nell’acquario e poi sbadatamente deve essersene dimenticato. Se lo lascio lì, vicino alla mia postazione, potrebbero pensare che sia io l’artefice di questa inefficienza.
Decido di correre subito a sistemarlo in sala riunioni, visto che la scorsa settimana i manager lo cercavano come matti. Ma prima appoggio la lista degli approvvigionamenti e la pratica “Salvioli Alluminio” sulla cassettiera della scrivania di Lazzarotti. Dovrei informarlo, ma in questo momento non c’è, si vede che è in pausa. Glielo dirò più tardi.
Ripercorrendo il corridoio, su cui affaccia anche la stanzetta con la macchinetta del caffè, noto che sul pavimento in linoleum s’è versata qualche goccia di un liquido marroncino. Forse è una delle “bevande al sapore di cioccolato” o “al sapore di the” servite dalla macchinetta. La cosa in sé non mi darebbe alcuna preoccupazione non fosse che qualche collega, magari con i tacchi alti, potrebbe rischiare di scivolare. In bagno ho spesso visto uno spazzolone e alcuni stracci. Appoggio il pennarello nero sopra la macchinetta del caffè, in modo che non si noti troppo, e vado a prendere spazzolone e straccio per dare una pulita.
Davanti alla toilette, alcuni colleghi, tra cui il dirimpettaio di scrivania di Mirarchi dell’ufficio Acquisti, si sono lavati le mani e stanno andando in mensa.
Ed ecco che mi arriva improvvisa un’altra delle mie intuizioni! Posso anticipare a lui ciò che avevo da dire a Mirarchi così mi porto avanti sulla questione della mensola. Non faccio a tempo a salutarlo che Daniele Dolcetti, con cui organizziamo le uscite del dopo-lavoro, mi raggiunge da dietro e per scherzo mi da una “scoppoletta” sul collo invitandomi ad andare a pranzo con loro. Effettivamente è già l’una: adesso mi spiego quella sensazione di “buco allo stomaco”.
Dopo mangiato ho bisogno di uno dei miei momenti corroboranti per ripartire in quarta come stamattina. Vado alla macchinetta del caffè, dove vedo il pennarello nero, e digito “2″ sul display. Mi sento un po’ appesantito, due bicchierini di espresso non faranno alcun male. D’altra parte è dalle nove che scatto come un ossesso. Mi sovviene nuovamente la bella sensazione di concretezza e successo con cui sono entrato al lavoro.
Rientro di corsa nel mio ufficio, dentro l’acquario. Vedo che Lazzarotti è già tutto intento a scrivere con la faccia appiccicata allo schermo del pc. Avevo qualcosa da dirgli, ma in questo momento non ricordo di che cosa si tratta. Del resto ho altro a cui pensare. Il mio futuro in azienda seduto a una scrivania ai piani di sopra, quelli dal quinto al settimo.
Il mio computer è in stand by. Lo riavvio e osservo la schermata che si carica. Intanto con la coda dell’occhio noto la felce e mi ricordo dei rami secchi.
Eh, possiedo quella che credo venga chiamata “visione periferica”: la capacità di rivolgere lo sguardo a trecentosessanta gradi. Questo mi permette di accorgermi di ogni dettaglio. Poco fa guardavo il monitor, ma con un occhio ho inquadrato la pianta e il problema che si porta dietro. Ed eccomi pronto a risolvere un’altra criticità.
Decido di potare i rami con un taglierino che ho tra le mie cose nel secondo cassetto. Ogni cassetto ha un suo significato. Nel primo in alto i documenti di lavoro. In quello più in basso, tengo soltanto un ombrello di riserva, nel caso smarrissi, o meglio, nel caso mi sottraessero quello che mi porto sempre dietro, agganciato al soprabito.
Nel cassetto centrale, più grande degli altri, ci sono invece gli strumenti, per esempio le penne, le matite, le gomme per cancellare, il righello. Ho anche un compasso, che se pure può apparire strano può sempre tornare utile. E, naturalmente, c’è il taglierino.
Mentre sego via i primi rami secchi si staccano diverse foglie che finiscono sul pavimento tra i cavi del pc. Mi chino per cercare di raccoglierle tutte in un angolo e ho un deja vu. La vivida impressione di essermi già chinato in quel modo tra i cavi del mio computer per qualcosa di importante. Lì per lì, però, non riesco a mettere a fuoco. Probabile che sia stata una mia immaginazione, magari evocata con quelle tecniche di visualizzazione che ho appreso al corso di “Self Marketing”.
Come mi sento bene. Anche se sono stanco, perché ci sono moltissime cose da fare e situazioni importanti da fronteggiare. Però ho ancora una bella sensazione dentro che riesco a tenere accesa. Anche questa è una tecnica.
Guardo i colleghi che si affannano e si arrabattano di qua e di là. Io sono diverso perché focalizzo. Metto a fuoco, miro all’obiettivo. E poi concretizzo. Realizzo i miei sogni, curo il mio avvenire, mi aggiorno.
E cresco professionalmente grazie ai corsi in videopillole su Internet. Che invenzione.
Torno a sedermi alla scrivania. Rifletto sul lavoro da fare e mi rendo conto di essere un po’ sovraccarico. Decido di prendermi qualche minuto di pausa. Cammino per i corridoi e davanti agli ascensori posso guardare fuori dalle finestre. È l’unica porzione del piano che si affaccia verso l’esterno. Tutti gli uffici, infatti, sono illuminati con i neon. Si tratta di una scelta tutto sommato economica, perché le lampadine a risparmio energetico costano, mentre i neon durano quanto le altre ma fanno luce per tante persone insieme.
Fuori si è fatto buio. Do un’occhiata all’orologio che porto al polso, ma che non sono abituato a guardare. Lo metto perché è un regalo di mio zio. Da quando è partito per il Canada metto l’orologio per ricordo.
Sono le cinque e mezza del pomeriggio, tra circa mezzora devo timbrare l’uscita, è meglio che mi affretti a risistemare tutto per chiudere la giornata.
Torno alla scrivania assaporando la nostalgia dei tempi in cui giocavo a briscola con mio zio.
Faccio il giro lungo entrando nell’acquario dal lato opposto. Accidenti alla felce sulla mia scrivania che ha ancora quei rami secchi! Non è un bel vedere da qui. Decido di ruotarla in modo da nasconderla in parte dietro il monitor.
Prendo il cappotto appeso al muro avviando quello che ho battezzato come “il rituale d’uscita”. Si comincia con il badge: porto la mano al taschino della camicia per prenderlo, ma stavolta ho un sobbalzo: il badge non c’è! Guardo giù, appoggiando il mento sul petto, e in effetti confermo che niente è pinzato al taschino. In ansia ifilo comunque il cappotto, urto però il porta-documenti in plastica del mio collega Antonacci, che è oggi è stato fuori in permesso. Cascano alcuni fogli e un paio finiscono sotto il tavolo della corrispondenza. Abbassandomi per raccoglierli lo sguardo passa sul ripiano del tavolo, dove ritrovo il mio badge tra lettere e riviste. Sospiro. Lascio i fogli sul pavimento, impugno il badge tenendolo stretto e mi avvio nell’atrio alla timbratrice.
Uscendo dall’acquario incrocio con lo sguardo la mensola dei “Celti”. Sento di avere da fare per quel progetto ma non ricordo con esattezza che cosa. Nessun problema, me ne occuperò nei prossimi giorni. Di certo non prima di dedicarmi al rapporto semestrale, attività assolutamente prioritaria in questo periodo.
Attendo di timbrare il cartellino e ne approfitto per riflettere su quanto sia stata impegnativa questa giornata. I rumori in azienda si assottigliano col passare del tempo.
Mi perdo in questa contemplazione finché una porta che si chiude qui vicino mi ridesta. Guardo l’orologio appeso al muro: sono le diciotto, è ora.
Eseguo come si deve il passaggio del badge nella macchina. Certo che l’ho scampata stavolta! Posso ringraziare di aver avuto l’idea geniale di cercare il tesserino vicino alla corrispondenza.
Finalmente esco. Oltrepassando la porta principale dell’azienda penso ai colleghi che sono già usciti, perché hanno meno lavoro e meno ambizioni di me. E mi chiedo che cosa volesse dirmi Lazzarotti, che è tutto il giorno che mi cerca.
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02/12/2010
CONVIVENZE
Da quando te ne sei andato, non ho permesso a nessuno di entrare nella stanza che è stata tua.
Tutto è rimasto com’era. Le pieghe delle tende, il rigonfiamento del pavimento, le blatte, le macchie di liquidi seminali ormai seccate, il mangime per topi nei piatti di porcellana.
Il tempo si è fermato a quel 20 dicembre. Non so nominare con precisione l’emozione che provo. Direi… pigrizia!
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01/12/2010
LA RICERCA DELL’INFELICITA’
Gregorio con la solita giacchetta marrone a coste verticali è a colloquio nello studio del professor Baroni, che se ne sta seduto alla scrivania con lo sguardo su alcuni documenti. Oggetto del discorso una nuova ricerca accademica per la quale il grande professore s’ingegna a trovare un finanziamento pubblico. Sarà l’eventuale contributo statale a remunerare, certo soltanto in parte, il lavoro di Gregorio con l’Issi, l’Istituto di Studi Superiori Innovativi diretto proprio da Baroni.
Il professore, che è grande soprattutto per il suo metro e novantasette centimetri di statura e per i suoi centosette chilogrammi di stazza, spiega all’assistente: “Allora, Gregorio, questo progetto deve far lavorare insieme l’Università di Sofia e il Politecnico di Liegi. Ci metta dentro anche il Centro Studi Andalusi. Lo conosce, no? Ci abbiamo fatto il partenariato da ottocentomila euro l’anno scorso. Ah! E pure il Consorzio di ricerca dell’Unione Esperti di Riga! Non lo dimentichi quello, Gregorio, mi raccomando: ho un favore da rendere a un tizio. Dunque, ricapitolando: Sofia, Riga, eccetera. Tutto chiaro?”.
Gregorio, ora seduto su uno sgabello di fianco alla scrivania, risponde sommesso: “Sì, è tutto chiaro, ho solo il dubbio che fatichino un po’ a dialogare durante il progetto”.
Baroni lo incalza, senza distogliere lo sguardo dai fogli sulla sua scrivania: “Ma che cosa mi dice? Non devono mica dialogare, devono solo firmare! Ci siamo intesi, no? …Poi, considerando come al solito l’aiutino dell’Assessorato e il supportino del Ministero, dovremmo essere a posto…”.
Continua il professore, scrivendo qualcosa su un foglio: “Eeee-là! Un milione e seicentocinquantamila euro di preventivo di spesa, si dice così, sa Gregorio?”.
Gregorio sospira, aprendo in grembo un quaderno con la copertina rigida.
“Che c’è? Le sembra poco?”, domanda il professore, “Allora facciamo due milioni! …Anzi, due e quattro. Che faccio lascio? Ah ah ah!”, ride sguaiatamente, poi rifinisce scandendo bene: “Due milioni cinquecen-totren-ta-mila euro. È più credibile”.
Gregorio rimane in silenzio, con la testa china sfoglia il quaderno.
Il prof. Baroni non se ne cura, mantiene lo sguardo fisso davanti a sé. “E anche questo è fatto”, dice scrivendo qualcosa.
Poi finalmente getta un’occhiata a Gregorio e chiede: “Mi dica, c’è altro?”. A questo punto l’assistente si rianima, come per cogliere l’occasione: “Ehm, veramente sì, il mio contratto…”.
“Ah, che cosa ha contratto? È contagioso? Ah ah ah!”.
Gregorio, con un filo di voce: “…Fra una settimana mi scade il trimestrale”.
“Oh, be’, che cosa ci vuole, rinnoviamo di altri tre mesi!”.
“A dir la verità”, precisa Gregorio, “abbiamo già fatto vari rinnovi, tra cui un Cococò e un Coprò. Non potremmo passare a un contratto regolare? Magari un’assunzione presso l’Istituto, dopo questi ultimi otto anni di collaborazione…”.
Il professore lo interrompe parlando con voce squillante: “Trovato! Facciamo una borsa di ricerca! Dai, si attivi, scriva un bando su misura per una borsa”.
Gregorio prova a chiarire meglio le cose: “Be’, veramente, il contratto che mi scade è la terza borsa negli ultimi diciotto mesi. Riceverne una quarta in così breve tempo potrebbe destare sospetti”.
“Scusi, mi è venuta in mente una cosa”, dice il prof. Baroni, alzando la cornetta del telefono: “Buongiorno, sono il prof. Baroni, mi passa l’onorevole?”, poi mettendo una mano sul microfono della cornetta e rivolgendosi a Gregorio: “Intanto lei vada avanti, scriva”. Gregorio finge di appuntare qualcosa sul quaderno.
“Ah, buongiorno onorevole”, grida al telefono Baroni, “perdoni il disturbo, le devo chiedere di quel finanziamento… A-ha, sì, capisco… Be’, erano pochi soldi… Mmmh, sì, sei-settecentomila, giusto… Facciamo una convenzione? Bene! A proposito, stiamo per consegnare il progetto per l’anno venturo… Sarebbero due, ehm, quasi tre milioni di euro… Fa lei la telefonata a Bruxelles? Grazie infinite, onorevole. Sono tre milioni, sì”.
Chiude la telefonata e con il faccione siglato da un gran sorriso: “Vede Gregorio? Una telefonata allunga la vita! E a lei allunga il contratto! Ah ah ah! …Scriva: cinque mesi di collaborazione, facciamo metà cessione di diritti d’autore e metà consulenza: si apra una partita Iva, Gregorio, alla sua età è anche ora!”.
Gregorio accenna un ultimo tentativo: “E per l’assunzione presso l’Issi?”
Il prof. Baroni è già in piedi, si attarda giusto il tempo per raccogliere le sue cose prima di uscire: “Assunzione, assunzione: ma sa quanto mi costa un assunto?”, si ferma sulla porta, guardando Gregorio che è ancora seduto sullo sgabello. “Solo l’anno passato abbiamo assunto il giardiniere, inquadrandolo nell’associazione di mio cugino, Ricercatori Migranti, la conosce? Be’, è stato un salasso, sa! Non mi chieda uno sforzo ulteriore, Gregorio, non quest’anno, i costi sono troppo alti e i finanziamenti scarseggiano”. Si dirige verso la porta dando le spalle all’assistente, mentre spiega ancora: “Al ministero chiediamo dieci e ci danno otto. E così sei costretto a tagliare la ricerca”.
Apre la porta, poi si volta ancora per guardare fisso Gregorio: “Ecco, vede? Mentre tutti rinunciano allo studio io per lei mi sveno. Mi ringrazi, Gregorio!”.
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21/11/2010
PSICOLOGIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA. CON SALSICCIA
Fernanda è uscita in anticipo dal negozio chiedendo un permesso speciale, perché oggi tocca a lei andare a prendere Niccolò all’asilo.
Questa materna è una struttura privata, di quelle che offrono parecchi servizi, come le babysitter a ore a domicilio, ma con l’inconveniente che l’edificio chiude alle quattro precise e se si tarda di qualche minuto si rischia di ritrovarsi il proprio figlio tutto solo sul marciapiede. Nella migliore delle ipotesi.
Nella peggiore delle ipotesi è invece passato di lì un malintenzionato, un pedofilo, un criminale, un prete o chissà che altro. E del tuo erede neppure l’ombra.
A Fernanda vengono i brividi soltanto a pensarci.
Per evitare complicazioni si è presentata davanti al cancello alle tre e venti. Uno dopo l’altro sono arrivati anche altri genitori.
Fernanda lavora nel negozio di abbigliamento, uno di più importanti del centro, fin dalla maggiore età. Ha preferito non iscriversi all’università, cercando invece presto un’indipendenza economica per andare a convivere con il suo Gianluca. Poi è arrivato Niccolò, che fra due mesi compirà quattro anni.
A venticinque anni Fernanda è la commessa più anziana in negozio ed è pure l’unica mamma.
Proprio grazie alla sua attività si è allenata “nell’ascolto in sottofondo”, come lo chiama lei. La cosa consiste nel buttare l’orecchio tra i discorsi dei clienti senza farsi coinvolgere. In piedi dietro il bancone china la testa leggermente in avanti fingendo di leggere qualcosa così che i capelli corvini le scivolino davanti agli occhi.
I clienti sono persone, soprattutto donne, che appena entrate alla vista di un commesso che si fa loro incontro si affrettano a giustificarsi: “Possiamo dare solo un’occhiata?”.
Come se Fernanda e i suoi colleghi fossero interessati davvero a star dietro le richieste di chi cerca l’abito che veste alla perfezione. Certamente no. E men che meno han voglia di fare conversazione.
Per Fernanda niente è meglio del tener d’occhio da lontanto le signore che si aggirano tra tailleur e pantaloni appesi senza muovere un dito, o le corde vocali, per interagire con esse.
Ama particolarmente ascoltare alla giusta distanza: “Come ascoltare la radio”, dice ai colleghi, “trasmettono un mucchio di sciocchezze e tu te ne freghi perché ti basta la compagnia senza impegno”.
Perciò quando un trio di signori, probabilmente tre giovani papà alla prese con il recupero del proprio piccolo all’asilo, si sono avvicinati al cancello, Fernanda ha assunto la consueta posizione a testa china e ha teso le antenne per captare qualche segnale e passare il tempo all’ascolto.
Uno dei tre uomini, l’ultimo giunto sul posto, ancora trafelato per una corsa in bici attraverso la città, dopo aver frettolosamente salutato gli altri due si è avviato all’angolo a comprare un panino: “Non ho fatto pranzo, torno subito. Se aprissero prima, per favore occupatevi di mia figlia. Grazie”.
Di ritorno dopo qualche minuto era già a metà di un grosso sandwich dal quale sbucava un pezzo di salsiccia.
“Ti tieni leggero, eh!”, ha scherzato uno degli altri due, il più alto e benvestito.
“Continua così”, fa l’altro in maglietta e abbronzato, “che altrimenti dopo la pedalata in bici rischiavi di tenerti in forma!”.
“Ragazzi, il sarcasmo vi ucciderà, come i grassi idrogenati dei vostri snack da manager rampanti!”.
I tre sghignazzano mentre Fernanda si è seduta sul muretto da cui diparte la ringhiera che circoscrive il cortile dell’asilo.
Attraverso le sbarre si vedono i bambini che giocano sul prato sotto l’occhio sorvegliante di due giovanissime educatrici.
Intanto il papà-manager abbronzato, gettando anche lui un’occhiata nel cortile, pone una delle classiche domande dei genitori: “Ehi, ma voi riuscite a dormire?”.
“Eh, il grande dilemma!”, risponde il padre ciclista con la salsiccia, “Con mia moglie sono discussioni continue”
“Il punto è: farla stare a letto con noi oppure no?”, chiede ancora il primo genitore.
“Secondo studi psicologici sarebbe meglio evitare di contaminare il letto coniugale”, spiega con tono sapiente quello alto, facendo le finte virgolette con le dita delle mani formulando l’espressione “letto coniugale”.
A Fernanda viene voglia di intervenire, raccontando la sua esperienza, ma qualcosa la trattiene. Il loro Niccolò è sempre stato un angioletto, addormentandosi teneramente nel proprio lettino senza troppe storie fin da piccolissimo. Preferisce quindi godersi la sua fortuna in silenzio, evitando di sbatterla in faccia ad altri che sono più in difficoltà.
“Un conto è durante la giornata, pur se con i suoi orari sballati. Che sia tarda mattina o pomeriggio non ci sono problemi a metterla nel lettone. Ma il gran casino è la notte!”, racconta l’abbronzato.
“Ci possono essere tutti gli studi che vuoi”, ammette il papà alto e benvestito, “però capisco chi fa diversamente”.
Poi, guardando verso il cortile, aggiunge: “Come fai a non portarla nel letto? Così piccola e carina!”
Anche gli altri sbirciano oltre la ringhiera: “Sì, è tenerissima!”, commenta quello con la salsiccia.
Fernanda si volta anche lei, prova a individuare le bambine di questi giovani papà.
C’è una piccola con i codini e l’abitino rosa che di tanto in tanto, mentre sale e scende dalla scaletta di un mini scivolo di plastica, saluta con la manina verso il cancello.
Un’altra con i riccioletti biondi pasticcia con i pennarelli su un foglio di carta. Forse sta facendo un disegno per il suo papà.
Assorta nella panoramica tra le piccole creature, Fernanda pensa quanto sia meravigliosa l’avventura umana della genitorialità. Ha di fianco tre uomini di cui si potrebbe dir tutto eccetto che siano sensibili e dolci, come invece sembra essere sentendoli parlare. “Wow!”, si emoziona tra sé e sé Fernanda, “Ora capisco perché Gianluca si presta così spesso a occuparsi delle faccende con l’asilo: ci sono tanti altri fantastici papà come lui qui!”.
Gli angoli della bocca scattano automaticamente all’insù e Fernanda si sorprende in un sorriso pieno d’amore.
Mancano ormai pochi minuti all’uscita dei bambini, il papà che ormai ha finito da un po’ il suo panino alla salsiccia si sbraccia per farsi vedere.
I bambini vengono accompagnati fuori dalle ragazze, che ora sono tre, alle due che sorvegliavano il cortile s’è infatti aggiunta Vanessa, la babysitter di Niccolò, che Fernanda conosce bene. Spesso, prima del rientro di Gianluca, verso le cinque e mezza, è lei a tenere il loro piccolo a casa, approfittando del servizio a ore offerto dall’asilo.
Fernanda adesso è in piedi che sorride da lontano a Niccolò, accompagnato per mano da Vanessa. Accanto, i tre uomini attendono le loro bambine.
Quello abbronzato rivolgendosi agli altri due rivela appena sottovoce: “Comunque io ho risolto con il camper”.
“Cioè?”
“Cioè mettiamo a nanna mia figlia e poi andiamo a farlo sul camper. Non intacchi il letto coniugale e usufruisci completamente del servizio a ore!”.
“Oggi da chi va Vanessa?”, chiede quello alto.
“Da me”, lo informa il ciclista della salsiccia. “Ma alle sei devo mandarla via, mia moglie fa orario d’ufficio, purtroppo”.
“Lo dicevo!”, commenta quello alto, “era meglio sposare una commessa. Fino alle sette e mezza non le vedi in casa e puoi gestirti tutti i servizi a ore che vuoi!”.
[ © Alberto Robiati - Tutti i diritti riservati ]
19/11/2010
SIEDITI, PREGO
- Ehi, Tanya, ciao bella!
- Ciao. Quale sei tu?
- …Ehh? Come…cioè, in che senso Quale sei?
- Be’, sì, non è che mi posso ricordare proprio di tutti, eh!
Certo, a pensarci bene no, non può mica.
E adesso? Serve una risposta da uomo vero. Che ristabilisca le gerarchie. Che faccia intendere chi è che comanda. Che dimostri a tutti quanto valgo. Una frase messa lì che sistemi lei e tutte le donne. Affinché siano tutte ai miei piedi in questa serata di caccia grossa.
Niente. Non mi viene in mente niente di degno. Porca troia, ne è bastata una tanto sicura di sé per mettermi a sedere.
Trovato, ne esco così: senza più dire una parola! Mostrando una specie di piega con la bocca, metà sorriso metà ferita.
Dirò che me la sono fatta in guerra.
[ © Alberto Robiati - Tutti i diritti riservati ]
18/11/2010
COME UCCIDERE IL CAPO E FARSI FRANCA, LA SEGRETARIA
Il dottor Manfredi Di Celle, cinquantanove anni, è stato trovato morto nel suo ufficio martedì scorso. Il corpo del direttore finanziario della Ca.Va. Spa, azienda di produzione meccanica, presentava segni di colluttazione, in particolare una vistosa ferita alla tempia.
A far scalpore non è stato tanto il rinvenimento in sé, se pur piuttosto infrequente per un paese come Piè di Torretta, quanto l’assoluta indifferenza dei centododici dipendenti della Ca.Va.
L’azienda, alla ribalta nel settore per i fatturati in crescita esponenziale da sette anni, vende prodotti per la meccanica edile. Produce ingranaggi per macchine che costruiscono grandi autostrade, grandi ponti, grandi gallerie. Grandi opere in generale.
Uno dei responsabili commerciali, Angelo Bonamico, è tra gli indiziati. Si è messo di recente in luce perché ha realizzato un risultato record nel primo semestre: le sue vendite sono salite del sessanta per cento. Nonostante questo, in diverse occasioni il dottor Di Celle ha redarguito, anche in pubblico, il Bonamico. Non molto tempo fa, il Bonamico era uscito dall’ufficio del direttore furioso. Tornando alla sua scrivania aveva sbattuto la sedia, che s’era sbilanciata fino a cadere in terra.
Il sospetto deriva anche dalla relazione tutt’altro che fredda con la segretaria, assistente di Direzione, Franca Gerardo, trentenne assunta soltanto un anno fa.
Il mese scorso il Bonamico è stato visto percorrere il tratto di strada tra il bar Nicola in fondo alla via e la sede della Ca.Va. fianco a fianco con la Gerardo.
Franca Gerardo alla Ca.Va. si occupa un po’ di tutto, dall’agenda dei direttori all’organizzazione delle trasferte, fino alla gestione contabile. Completa il suo mansionario la funzione estetica, espressa in elegantissimi tailleur alla moda.
Che Angelo Bonamico fosse interessato alla Gerardo era chiaro anche a Michele D’Antona e Fabrizio Pasini, i colleghi della funzione Vendite. Più volte nella sala dedicata alle pause, in cui è stata sistemata una macchinetta per fare il caffè di quelle di tipo domestico, i tre hanno scherzato sui privilegi dei direttori che, oltre al telefono e all’auto aziendale, hanno a disposizione le grazie della bella Franca. Soprattutto il direttore finanziario dottor Di Celle nell’ufficio del quale spesso è possibile odorare l’inconfondibile profumo di Franca Gerardo, che si può solitamente apprezzare nel di lei ufficio e nel corridoio antistante.
Il dottor Di Celle spesso si è rivolto alla Gerardo per i compiti più disparati. “Dottoressa, mi può chiamare la Tencras per cortesia?”, “Franca, scusi se la disturbo, può darmi una mano con l’elencazione dei tariffari futuri?”, “Prima di andare via, può passare nel mio ufficio a sistemare il completo per la conferenza di domani?”, “Ancora per cinque minuti le spiacerebbe tenermi al caldo le mie spalle? I dolori articolari non sono ancora del tutto spariti”. E anche: “Può continuare con il massaggio ai piedi iniziato ieri sera? Grazie”.
Qualche tempo fa, hanno raccontato il D’Antona e il Pasini, in trasferta per una conferenza di venditori, i due commerciali insieme con Bonamico fantasticavano sui poteri del direttore.
“Te ne vai in vacanza con l’auto aziendale e ti fai rimborsare pure benzina e autostrada!”, diceva Pasini.
“Fosse solo quello: puoi anche fare telefonate intercontinentali, per esempio in Canada dove chi come me ha mezza famiglia emigrata, e non devi spendere un centesimo perché ti paga tutto la ditta”, immaginava D’Antona.
“Se mi sedessi io su quella poltrona, la prima cosa che farei sarebbe promuovere la Gerardo a mia assistente personale, trasferte comprese”, ammetteva Bonamico.
C’è da dire che il Bonamico, a differenza del dottor Di Celle, è ancora un uomo piacente. Ha circa quarant’anni, un fisico tenuto decentemente in forma dalla pesca sportiva, una pettinatura che nasconde con sapienza i primi accenni di stempiatura e occhi chiari come l’acqua di una sorgente.
Uscendo dall’ufficio la scorsa settimana qualcuno ha provocato scherzosamente il Bonamico che non si è fatto pregare dal prendere posizione: “Manfredi Di Celle va tolto di mezzo. Avete visto il film ‘Il delitto perfetto’? Lo fai ammazzare da un finto ladro e fingi di trovarlo lì come se non sapessi niente”.
Discorsi di questo tipo sono diventati abbastanza abituali a Piè di Torretta, da quando circa un anno fa si è insediata in paese la casa di produzioni televisive che gira la fiction poliziesca “Dialetto e castigo”.
Il capo della casa di produzione, Salvatore Battaglione, periodicamente fa visita agli imprenditori locali per raccogliere sponsorizzazioni e permettere alla fiction di andare avanti anche la prossima stagione.
Lunedì scorso, il giorno prima che il dottor Di Celle fosse trovato cadavere, il Battaglione era stato proprio alla Ca.Va. La Gerardo aveva rivelato ad Angelo Bonamico e Michele D’Antona di averlo sentito dire qualcosa del tipo: “Con un bel gruzzolo siamo in grado di andare in giro per l’Italia a fare un marketing forte”.
I due commerciali avevano subito preso la palla al balzo per farne la parodia.
“Certo, lui punta al successo che Jeff Bezos ha avuto con Amazon.com!”, si è divertito D’Antona citando uno dei relatori dell’ultima conferenza dei venditori.
“E già”, ha continuato Bonamico, anche per farsi notare dalla Gerardo: “Senz’altro se ne va in giro citando i tre segreti del successo di Bezos: obsession for customers, obsession for customers, obsession for customers”.
Lo incalza D’Antona: “Ossessione per i clienti, ossessione per i clienti, ossessione per i clienti!”.
“Sentite qui”, fa Bonamico, “immaginate una fantomatica ‘Battaglione e associati’, che andrebbe in giro a dire: ‘Vuoi sapere cos’è il marketing? Te lo spiega un cavallo. Oppure un cane! Un labrador, per esempio. Chiedetevi: come mai la gente è attratta dai labrador? L’hai visto come scodinzolano? Come ondeggiano con le anche? Come sbatacchiano il muso e fan penzolare la lingua quando ti incontrano? Ecco, quello è marketing!”.
Il vuoto lasciato dal dottor Di Celle secondo la proprietà non può essere occupato da altri se non da chi ha fatturato di più nell’ultimo periodo, cioè proprio Angelo Bonamico. Ed è esattamente ciò che accadrà a breve, quando la nomina sarà ufficializzata.
Nel giro di qualche puntata di “Dialetto e castigo” il dottor Di Celle sarà dimenticato e con lui il suo pessimo vizio di sfruttare la segretaria Franca.
Poco importa, a Piè di Torretta, sapere esattamente come sono andate le cose.
13/11/2010
GRAZIE A DIO, CE L’ABBIAMO FATTA
A voler ben vedere, l’inseminazione artificiale non è poi così artificiale. La cosa non riguarda me direttamente, ma i miei carissimi vicini di casa Simona e Giorgio.
Giorgio è un bel signore sui quarantacinque, ha su quegli occhialini con la stanghetta colorata, che mettono gli intellettuali in Tv. Il mio ex, coordinatore del circolo gay del nostro quartiere, è pazzo di lui. Quanto a me, no, Giorgio non è il mio tipo. E poi con Simona siamo così amici. Le riconosco molti pregi che vorrei per me: è elegante, determinata e anche sensuale. Si porta benissimo i suoi quarant’anni.
L’ultimo anno è stato complicato. Con questo erede che non arrivava mai, nonostante i molti tentativi. Dopo un primo momento di resistenza, Simona e Giorgio si sono fatti convincere e li ho accompagnati da uno specialista. “Tutto a posto”, han detto loro.
Eppure niente. Simona non restava incinta. Abbiamo provato tristezza. Il tempo passava e lo sconforto si trasformava in abbattimento. Siamo stati anche dallo psicologo. Già, tutti e tre. Neppure io riuscivo a reggere.
Finché abbiamo consultato una coppia di amici che si sono fatti assistere medicalmente nella fecondazione. Cioè, han fatto l’inseminazione artificiale. Problema risolto, famiglia felice.
Allora ci siamo convinti. Sono così iniziate settimane piene di appuntamenti, colloqui con medici, visite in cliniche. Il più delle volte, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per motivi di salute, Giorgio non era presente. Fortuna che stavamo nel periodo di pausa della stagione teatrale e non avevo incarichi di trucco e parrucco, così ho sempre accompagnato Simona. Ci prendevano per marito e moglie e noi all’inizio con un po’ di imbarazzo, poi con toni divertiti, ci affrettavamo a chiarire: “Ma no, ma no, noi siamo amici, il marito è impegnato”.
Tra i tanti specialisti abbiamo incontrato un mio contatto, il dottor Mario Longo. Dicono che sia un esperto di queste faccende. Mia sorella fa la ginecologa e, parecchi anni fa, prima di andarsene a lavorare a Parigi è stata in reparto con Longo in ospedale.
L’abbiamo incontrato nella sua clinica fuori città. Giorgio era bloccato a casa dal mal di schiena. Il medico si è mostrato assai gentile. Con pazienza, visto che l’ho incalzato di domande una in fila all’altra, ci ha chiarito ogni dubbio sul funzionamento della fecondazione omologa e di quella eterologa. “Si introduce lo sperma del proprio partner e allora è omologa. Altrimenti si utilizza sperma proveniente dalla banca del seme, in questo caso la fecondazione si dice eterologa“, ha spiegato.
“Grazie, grazie!”, gli ho gridato stringendogli la mano e agitandola in modo scomposto su e giù. Ma intanto lui era già calamitato da Simona e dal suo modo di infilarsi la giacca.
In seguito, non ricordo quante cene e dopocena abbiamo passato a confrontarci tutti e tre su cosa fosse meglio. Poi un sabato pomeriggio nella casa in campagna, lo ricordo ancora, c’era un gran sole in cielo, Simona ha preso la decisione per tutti: “Andiamo alla clinica di Mario Longo!”.
Qualche giorno più tardi, alle sette e mezza di mattina, Giorgio si è presentato in clinica dove l’hanno invitato a servirsi di uno degli appositi stanzini. Come nei film, la signorina gli ha domandato se avesse bisogno di aiuto. Giorgio avrà forse pensato di farsi dare una mano, nel vero senso della parola, da quella gentile signorina. Il maiale.
Ha quindi svolto il suo compito, raccogliendo quanto necessario e consegnando la provetta alla signorina, che con un sorriso ha sistemato un’etichetta sul vetro e l’ha riposta su uno scaffale.
Questi microscopici esseri umani a metà, in forma liquida, sono poi stati selezionati come soldati di Sparta, scartando i più mingherlini, quelli sovrappeso e anche i bassi, i rachitici, i calvi, i lenti e gli stronzi.
A giugno, Simona è stata fecondata da un abbronzato e vacanziero dottor Longo, rientrato apposta da Viareggio dove stava passando un periodo di vacanza.
Anche quel giorno Giorgio era a casa con la faringite. Aveva quasi quaranta di febbre. Simona e io siamo andati in clinica con la mia auto.
C’era un giovane di circa trent’anni, forse in tirocinio. Simona dice che non ha fatto altro che eseguire in silenzio gli ordini di chiunque passasse di lì. Il tirocinante ha passato al dottor Longo gli strumenti del caso. Una provetta con rappresentanti di Giorgio e una specie di siringa. Quindi il dottor Longo si è dato da fare dentro Simona.
Come al termine di un atto amoroso, per sdrammatizzare un po’, le ho chiesto: “Ti è piaciuto?”. Fortunatamente Simona è spesso di buon umore, specie ora cha intravede una luce neonatale in fondo al tunnel. Così mi risponde: “Ah, che domanda! Però, sai, ho immaginato questi soldatini di Giorgio che partivano per raggiungere la principessa dell’ovetto. Mentre avevo lì di fronte il dottor Longo, che, diciamocelo, è un gran bell’uomo, e poi c’eri tu qui fuori ad aspettarmi… Una situazione un po’ confusa, no?”. “E già”, le dico.
A casa tutti e tre, Simona, Giorgio e io, abbiamo atteso speranzosi qualche tempo, prima di avere la certezza della gravidanza. Abbiamo pensato a tutti i preparativi, i vestitini, i giochi, le visite dei parenti. Ci siamo anche interrogati a lungo sulla necessità di raccontare in giro o meno che abbiamo ricorso all’inseminazione artificiale.
Poi lunedì scorso, il dottor Longo ha detto entusiasta: “Grazie a Dio, ce l’abbiamo fatta!”.
Ora Simona aspetta due gemelli. E uno non sappiamo di chi sia!
[ © Alberto Robiati - Tutti i diritti riservati ]
09/11/2010
EVIDENZA IMPROVVISA
Le cinque di mattina.
Eh, l’amour, l’amour. L’amore.
Amore.
Cazzo.
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07/11/2010
CON NESSUN SUCCESSO DI PUBBLICO
“I concorsi pubblici sono tutti truccati!”, grida a un uditorio che non lo ascolta Adolfo Broglio, attivista moderato del Nordovest. Tanti anni fa è stato assessore al Verde pubblico della città. Da allora ha riscosso un discreto credito presso alcune testate giornalistiche locali che a eventi alterni gli concedono una ribalta sulle pagine di attualità politica.
Dopo aver regolarmente richiesto e ottenuto il permesso per l’occupazione del suolo pubblico, si è sistemato sul marciapiede con uno sgabello e un tavolino pieghevole. Ha indossato un cartellone con su scritto a grandi lettere “Comitato per la trasparenza”. Sul piccolo tavolo di legno ha appoggiato due file di volantini gialli, sui quali campeggia la scritta obliqua “BASTA IMBROGLI! Aderisci alla Lista Broglio”.
I politici locali lo chiamano “onorevole Broglio”. Si tratta di un appellativo sarcastico, dal momento che non è mai stato eletto in Parlamento. Dopo l’esperienza in assessorato, che risale a oltre dieci anni fa, si è iscritto al partito cattolico-ambientalista “La luce perpetua”, nel quale ha fatto una certa carriera. Purtroppo per lui, però, non è stato più eletto. A voler essere pignoli, Broglio non è mai stato neppure candidato. Anche nell’unica sua apparizione al governo locale lo chiamarono come “tecnico” a sostituire il dimissionario assessore Pollini, accusato di peculato.
Raramente la politica che conta qui in città si è preoccupata delle iniziative di Broglio. Lo ritengono del tutto innocuo. Nel corso degli anni è stato protagonista di manifestazioni provocatorie come la scalata dell’edificio in cui ha sede l’azienda elettrica territoriale. Si fece riprendere dagli operatori delle tv locali presenti – pagati dallo stesso Broglio, si seppe in seguito – mentre vestito soltanto di slip si arrampicava lungo la grondaia verso il primo piano del palazzo. Sulla schiena si era fatto scrivere “Siamo in mutande!”.
In un’altra occasione, invase il campo di pallone durante una partita in cui la squadra di calcio cittadina stava giocando i tempi supplementari dello spareggio per salvare una stagione sportiva deludente. Perdendo quella partita, come effettivamente accadde, sarebbe retrocessa dalla serie C2 alla serie D. Ciò che Broglio non aveva previsto, correndo da un’area all’altra con una bandiera bianca arrecante lo slogan “NO Co2!” fu che i tifosi attribuirono a lui la causa della sconfitta, ritenendolo responsabile di iettatura. I giornali scrissero che il gruppo di supporters organizzati malinterpretarono il suo messaggio credendo che inneggiasse al rifiuto della categoria, la serie C2 appunto.
Dal suo trespolo sul marciapiede, Adolfo Broglio tenta di richiamare l’attenzione dei passanti, di fronte alla Circoscrizione comunale di un quartiere di periferia. Tentativi piuttosto vani, a dir la verità, perché la sua voce arrochita da anni di lotte sociali senza vittorie si perde tra le folate di vento gelido dell’inverno prealpino.
Ma non tutto il suo eloquio è perduto perché tra i giornalisti che un po’ per curiosità continuano a dar retta al battagliero Broglio c’è anche Sergio Gasparetti, titolare unico di un canale televisivo satellitare. Gasparetti sta per qualche istante ad ascoltare le parole al vento di Broglio, poi lo avvicina per proporgli questa inaspettata occasione: “Adolfo, stasera vuoi venire in trasmissione per il ‘Messaggio all’umanità’? Dovresti portare il ‘Broglio pensiero’, andrai sul canale digitale e anche in streaming su Internet!”.
Broglio esita un momento, forse sorpreso per la proposta oppure infastidito per l’interruzione. Si guarda attorno, registrando che nessuno, nel via vai di gente intorno alla Circoscrizione, si è fermato a raccogliere i suoi messaggi.
“Sì, certo che vengo, grazie Sergio”, fa allora stringendo con le due mani l’avambraccio di Gasparetti.
Arriva quindi la prima serata televisiva, poco importa se si tratta di uno dei numerosissimi canali disponibili sul satellite, Broglio ha finalmente la possibilità di far sentire il suo punto di vista sull’attualità.
La trasmissione, condotta da Gasparetti, inizia. Ed ecco che il presentatore introduce Adolfo Broglio, lasciandogli la parola per il suo “Messaggio all’umanità”.
Il militante, che sul maglione di lana pesante ha indossato per la ripresa video una giacca a coste di velluto, comincia così: “Quasi tutti abbiamo voglia di mare pulito, di aria fresca e tersa, di pulizia per le strade, di spiagge senza rifiuti e cicche. Insomma, mi sorge una domanda: ma se quasi tutti desideriamo le stesse cose, perché non ci accadono? Perché la realtà è così diversa da quanto quasi tutti diciamo di volere? I conti non tornano. E allora la mia spiegazione è che i ‘quasi’ sono più forti di noi. Oppure noi siamo troppo deboli e ci impegniamo poco per difendere quello che vorremmo. Deleghiamo a quei ‘quasi’ ciò che vogliamo per la nostra serenità”.
Broglio in primissimo piano, con gli occhiali sporchi e i denti ingialliti dalla rabbia, continua: “Sapete cosa penso? Che ci arrendiamo con troppa facilità. Ci rassegniamo davanti a quelli che svuotano i portacicche delle auto a bordo strada. Invece dovremmo fermarci e parlare con questa gente che magari è semplicemente poco educata a sentirsi civile”.
Il tenore del discorso di Broglio si mantiene equilibrato per altri minuti, insistendo su alcuni principi universali, tra cui ricevono ripetute menzioni la convivenza sociale e le regole che ne conseguono.
Sembra a suo agio davanti alla telecamera. Ogni tanto, quando prende fiato, si passa una mano tra le increspature dei capelli che danno sul biondo. Parla calmo, come fosse all’ultima apparizione pubblica, come agisse nell’estremo tentativo di richiamare l’attenzione. Un conclusivo e definitivo appello all’umanità.
Corruga la fronte accompagnando alcuni passaggi, come quando parla di imprenditoria e ricerca ossessiva del profitto infinito: “C’è chi fa di tutto per conficcare il proprio marchio nella pietra, per diventare con la propria azienda immortale ed eterno. Ma la salvezza viene da imprese flessibili e temporanee. Perché soltanto così le persone, che sono mortali, possono tornare a essere più importanti delle strutture che costruiscono”.
Broglio adesso fa una pausa. Resta qualche istante in silenzio, abbassa lo sguardo, la regia stacca dal primissimo piano al campo medio. Adolfo Broglio sposta alcuni fogli, come alla ricerca di qualcosa di conclusivo. A questo punto, Sergio Gasparetti interrompe cortese: “Oh, bene, ne approfitto onorevole”, così ringrazia Broglio, “grazie per queste riflessioni interessanti”, da collaudato conduttore quale è, e chiude la trasmissione, ricordando “l’appuntamento alla prossima puntata, domani sera alla stessa ora”.
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> Messaggio all’umanità
quasi tutti abbiamo voglia di mare pulito, di aria fresca e tersa.di pulizia
per le strade.di spiagge senza rifiuti e cicche.insomma, ci sorge una
domanda: ma se “quasi” tutti desideriamo le stesse cose.perché non ci
accadono? Perché la realtà è così diversa da quanto “quasi” tutti
diciamo di volere? I conti non tornano.
Ed allora la spiegazione è che i “quasi” sono più forti di noi.oppure noi
siamo troppo deboli.ci impegniamo poco per difendere quello che
vorremmo.per propagandarlo ai “quasi”.
Ci arrendiamo con troppa facilita, ci rassegniamo davanti a quelli che
svuotano i portacicche delle auto a bordo strada.invece dovremmo
fermarci.parlare con questa gente che magari è semplicemente poco
educata a sentirsi “civile”.
03/11/2010
IL CALCIO E ALTRE CATASTROFI
Laura ha conosciuto Mauro da poco, si vedono sistematicamente ogni sera. Ogni sera che non c’è il calcio in Tv. O allo stadio.
Mauro è un tifoso. Un ultrà, a voler fare i precisi. Segue la squadra della città in tutto il Paese. Coppe e amichevoli comprese. Di solito si porta uno striscione di tela bianco sporco. “HARD SUPPORTERS”, ci hanno scritto sopra con la vernice rossa. Mauro lo arrotola in un enorme zaino che si carica in spalla per ogni partita.
Laura non sa niente di calcio. Non ne ha mai voluto sapere, non capisce le regole, non capisce come la gente possa appassionarsi a un gioco così, non capisce come nessuno si accorga che è una montatura per tener buoni i popoli.
L’interesse per Mauro, però, è tale che sembra disposta a ridimensionare il suo punto di vista in proposito.
Insomma, dopo anni, si è fatta viva al bar sotto casa gestito da un cugino alla lontana.
I soliti “mosconi” sono distribuiti tra bancone e tavolini. Tutti, nessuno escluso, parlano di calcio. Contemporaneamente.
Ecco l’occasione per Laura per imparare qualcosa di utile, da riportare in una conversazione con Mauro. Lui capirà, così, quanto lei sia disposta a negoziare pur di instaurare una relazione matura.
Getta dunque un’occhiata attenta verso i tavoli del bar, dove: “…Ormai il calcio non è più uno sport, è business!”, fa uno sui quarantacinque, con la barba incolta.
“Quando non c’erano tutte queste telecamere era meglio!”, gli fa dietro il suo vicino di sedia, brutto e barbuto allo stesso modo.
“A quei tempi, l’importante era partecipare!”, si intromette un anziano, con i denti gialli di nicotina, appollaiato al bancone.
Un quarto, con i capelli unti, che legge il giornale sportivo aperto davanti al muso, interviene lamentoso: “Eh, eeeeh, comunque vale sempre la legge del gol: vince che ne fa uno di più!”. Così dicendo batte il dorso della mano sulla pagina aperta del quotidiano che titola a tutta pagina: “Il derby fa storia a sé”.
“Sì, sì…”, torna a farsi sentire il primo con la barba incolta: “Domenica noi faremo la nostra partita”.
“Oh, poi la palla è rotonda…”, ammicca il vicino brutto, volendo forse intendere qualcosa che però Laura non coglie.
Il cugino barista passa tra i tavoli a raccogliere bicchieri di vino e tazzine di caffè vuoti, senza perdere l’opportunità di dirne una lui: “Le partite durano novanta minuti…”.
Laura sembra soddisfatta, forse avrebbe bisogno di prendere qualche appunto, ma non fa in tempo a chiudere il pensiero che: “Sì, ma io ai miei nipoti glieli faccio passare davanti al televisore: con gli ultras di oggi non si può più andare allo stadio!”, spiega l’anziano.
“Fortuna che ci sono le telecamere!”, rinforza infine il brutto barbuto.
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10/10/2010
MAURO
A differenza di suo fratello Massimo, ha sempre tentato di risolvere i problemi con le buone.
07/10/2010
UN SENSO CE L’HA
Tiziana ha lasciato Luca. Stavano insieme da anni, non ricordano con esattezza quanti. Forse dieci.
Un pomeriggio, verso il tardi, è rientrata a casa dal lavoro e, più silenziosa del solito, ha sistemato i vestiti per il giorno dopo.
Hanno fatto cena insieme, senza dirsi molto su come è trascorsa la loro giornata.
Verso le dieci, in salotto, con una musica jazz in sottofondo, Luca interrompendo la lettura de “Il grande Gatsby” le ha chiesto: “Scusa, ma c’è qualcosa che non va, oggi?”.
“In effetti qualcosa c’è. Credo che la nostra storia sia finita”, ha spiegato Tiziana, seduta lì a fianco fissando la copertina della rivista di arredamento tenuta in grembo.
“Cosa? Ma che dici?”, fa Luca preso di sorpresa, serrando i pugni.
“Non mi va più di stare con te.”
Quella sera Luca ci ha messo un po’ per andare a letto. Ha passato il tempo davanti alla Tv, tenuta a volume bassissimo, pigiando senza sosta i tasti del telecomando. Come se avesse voluto cambiare canale nei propri pensieri.
Mentre le immagini passavano sullo schermo, lui è restato seduto immobile sul divano, con gli occhi fissi verso un punto indefinito davanti a sé.
Né Tiziana né Luca hanno potuto davvero godersi un sonno riposante. Al mattino lei ha preso le sue cose ed è uscita di casa. “Ciao”, ha detto, nel modo più dolce che le è riuscito.
Luca ha taciuto.
Poi Tiziana ha fatto un resoconto degli ultimi eventi a Maddalena, l’amica di entrambi. Soltanto a quel punto Luca ha preso coscienza. Maddalena a cena con loro, la sera successiva, ha rappresentato una specie di “certificato di separazione”.
“Le storie d’amore possono anche concludersi”, l’ha sentita dire a Tiziana.
Quella seconda notte Luca ha pianto. Ha pensato di scriverne alla sua amica di sempre Paola. Un’ora dopo, esausto, s’è addormentato sul divano.
“Senti Luca, preferisco provare a star via una settimana. Per favore, non cercarmi, non telefonarmi. E non chiedere di me”, ha specificato Tiziana uscendo di casa la mattina seguente.
Luca non è riuscito a finire la colazione.
Una settimana più tardi, Tiziana si è ripresentata. “Starò da Maddalena, le pagherò una quota al mese per coprire l’affitto”.
Luca ha preso coraggio: “Va bene. Ma vorrei capire una cosa: perché?”
“Perché sto cercando di ascoltarmi. Perché voglio costruirmi una carriera professionale ed essere in grado di mantenermi da sola. Perché ho bisogno di fare la mia strada. E non posso farlo con te, capisci?”
“Sinceramente no. Quel che dici è come mettersi a preparare la cena e per farlo è necessario spegnere la musica. Ti accorgi che sono due cose separate? Che non c’entrano l’una con l’altra? Capisci che non ha senso?”.
Luca l’ha raccontato alla sua amica Paola, con una lettera. Lei sta a centinaia di chilometri di distanza.
“Io non capisco, lei vuole una cosa e toglie di mezzo me per averla. Ma cosa c’entro io? Che c’entra la nostra storia?”, le ha scritto.
Paola ha risposto: “Posso immaginare quel che provi. Ma tutta questa storia un senso ce l’ha”.
18/09/2010
ROBERTO
Di lui gli amici dicono che fa ridere un sacco, che dovrebbe andare a Zelig. Che è meglio di Bonolis.
13/09/2010
25/08/2010
UNA VOLTA ERA TUTTO DIVERSO
Prima di presentarsi al colloquio con il caporeparto, stamattina, Piero ha ripensato a un appuntamento galante di quando aveva diciotto anni.
Sua cugina Emma aveva voluto presentargli un’amica. “Per aiutarlo a uscire dal guscio”, aveva detto scherzando in giro.
Emma abitava con la sua famiglia di fronte alla casa di Piero e conosceva di lui “vita, morte e miracoli”, come raccontavano gli amici comuni. Così sapeva che Piero, che pure era un bel ragazzo, non era mai uscito con una ragazza da solo.
Certo, qualche volta aveva avuto l’occasione di un bacio o qualcosa di più spinto, per esempio alle feste del paese, come capitava a tutti.
Tuttavia, mai gli era capitato un appuntamento vero.
Quella sera sarebbe stata la prima volta per Piero. L’amica di Emma stava a una quindicina di chilometri da lì. Emma aveva organizzato tutto nei dettagli, in un pub quasi a metà strada.
Piero sarebbe senz’altro arrivato prima.
Così, aspettandola all’ingresso del pub, ricordava stamattina Piero, gli era tornato in mente il rigore sbagliato l’anno prima di fronte ai talent scout delle serie maggiori.
Erano venuti apposta da Roma. Due dirigenti di altrettante società cosiddette “satellite” delle squadre maggiori della capitale. Avevano sentito di lui e della sua capacità di guidare il centrocampo.
Qualcuno dubitava della sua freddezza sotto porta, ma per un regista che giocava davanti alla difesa come lui non era un problema.
Ma ogni tanto era costretto a tirare i rigori.
Come in quell’occasione. Un pallone che, purtroppo, era decisivo per la sua squadra, che con quel gol avrebbe vinto il girone e, accedendo alle fasi regionali, lui e i compagni avrebbero avuto l’opportunità di mettersi in mostra e venire scelti da squadre importanti.
Il portiere era un piccoletto e Piero non si aspettava un guizzo come quello che gli tolse la palla dall’angolo, spedendola sul palo e poi a lato. Quella partita finì pari. I talent scout non si fecero vedere negli spogliatoi e Piero scoprì che era stato “visionato”, come si diceva nel gergo, soltanto la settimana successiva.
All’appuntamento con l’amica di Emma, Piero s’era presentato con venti minuti d’anticipo. Dopo essersi vestito elegante, con la supervisione di sua madre e di Emma, era scappato via di casa per dare sfogo all’eccitazione. Aveva guidato come sospeso con tutta la sua auto a due metri dalla strada, tanto si sentiva euforico.
Il ricordo del rigore, seduto al bancone in attesa dell’amica di Emma, gli bloccò il respiro per qualche istante. Quando la ragazza arrivò, Piero aveva ancora la sensazione di un nodo tra stomaco e intestino. Una sensazione che sparì solo quando si coricò nel letto, qualche ora più tardi.
Questa mattina, prima di uscire di casa per il colloquio di lavoro, è arrivato puntuale il saluto di buon auspicio di suo padre: “Tu sai cosa fare, Piero”.
Il colloquio è il quarto con l’azienda. Dopo quello preliminare, quello con lo psicologo e quello in inglese. L’ultimo passo, infatti, è l’incontro con il caporeparto. Il più importante e decisivo, perché svolto con l’uomo con cui si deve collaborare se assunti.
La mamma, sulla porta di casa, gli ha sistemato il colletto della giacca e gli ha dato un bacio sulla guancia senza dire una parola.
“Quindi lei non ha mai giocato da professionista, è così?”. Piero ascolta la domanda dell’uomo di fronte a lui. Un tizio con i baffi e gli occhiali, che tiene il suo curriculum vitae in bella mostra sulla scrivania.
“Sì, è così”, ha risposto lui.
“Chissà che fine ha fatto? Non ricordo neppure come si chiama quell’amica di Emma”, si è chiesto Piero, tra sé e sé.
10/08/2010
05/08/2010
01/08/2010
28/07/2010
CARLO
Si alzava alle quattro di mattina e lavorava duro per dodici ore. Beveva qualche bicchiere di rosso alle feste con gli amici e dopo cantava a squarciagola. Insultava sua moglie per poi chiederle scusa. Bestemmiava Dio ma la domenica andava a messa.
26/06/2010
25/06/2010
PRIMA CHE SIA TARDI
Lorenza ha deciso di raccontare la storia della vita di suo zio Palmiro, che in comune con il più noto comunista aveva sia il nome sia la visione sociopolitica della vita. Così per svariate settimane ha messo giù appunti disordinati su un quadernetto di quelli che si comprano negli autogrill.
Tuttavia la vita di Palmiro si riassume facilmente in pochi passaggi. Ha conosciuto il primo cazzotto in faccia a undici anni, al campetto, perché voleva a tutti i costi far giocare a calcio anche l’amico ciccione. “Tutti si devono poter divertire!”, gridava, mentre il bullo di turno, più grande di tre anni, lo spintonava verso la rete di recinzione. E quella manciata di terra raccolta chinandosi fulmineo e lanciata maldestramente negli occhi del cattivo non ha fatto altro che intensificarne la rabbia.
L’amore è apparso nella sua vita all’improvviso a vent’anni precisi, proprio il giorno del suo compleanno alla festa organizzata dagli amici del circolo. E i sei mesi successivi avevano la caratteristica della ribellione ai costumi dell’epoca. A vent’anni e sei mesi arriva la prima delusione d’amore. Lei s’era messa con l’amico.
A venticinque anni l’impiego all’ente di previdenza. A trent’anni era già nel partito. A trentacinque sposato e padre di una bambina, Eleonora. A quaranta vantava due assessorati, di cui uno al commercio, una figlia alle elementari e un’altra, Rossella, all’asilo nido. Il primo aperto in paese, proprio grazie a una sua iniziativa da assessore alle politiche sociali.
A quarantatre anni Brigida, una bionda studentessa impegnata politicamente, rappresenta per lui la prima vera sbandata amorosa, dopo alcune insignificanti scappatelle negli anni precedenti.
Quando Palmiro ha varcato la soglia dei cinquant’anni si ritrovava presidente di sezione nel partito e divorziato da due anni. Con gli alimenti da passare ogni mese sul groppone e la crisi finanziaria degli istituti parastatali.
Arrivano in fretta i sessant’anni e con questi gli acciacchi. Il partito e la bocciofila restano le sue principali occupazioni. Mentre Eleonora e Rossella, ormai praticamente autonome, diventano le sue principali preoccupazioni.
Palmiro adesso ha quasi ottant’anni, un saggio sui tempi della passione politica, venduto a oltre duemila lettori, e un nipote, Enrico.
Lorenza si affretta a raccontare a tutti la sua storia, per regalargli il senso del viaggio. Della vita. Prima che Palmiro volti pagina.
21/06/2010
LAMBERTO
Da impiegato statale, per una vita ha lesinato soldi ed energie: sempre disponibile a farsi offrire un caffè; sempre pronto a scampare nuovi incarichi. Convinto dalla banca ha lasciato i risparmi a Cirio e Parmalat. Obbligato dalla moglie ogni domenica vende roba usata.
16/06/2010
LUCIA
Prima o poi, Grande Fratello o no, andrà alla residenza reale Villa Gentile.
03/06/2010
SILVIA
Non le va mica giù che il suo ex si faccia vedere in paese col passeggino.
22/05/2010
EZIO
Il ristorante fa quattrocento coperti ogni domenica. Tutto fila grazie a lui, che da anni comanda autoritario una dozzina di giovani camerieri. Un mese fa ha ufficializzato il fidanzamento con Rosaria, di undici anni più vecchia: “Far l’amore con lei è tra le due emozioni più intense della mia vita. L’altra è buttarmi col paracadute”, dice.
05/05/2010
MARTINO
Martino ha una nera barba cespugliosa. Tutte le mattine se la rimira allo specchio ricordando i tempi delle scuole. Li avesse adesso tra le mani quei due bulli che lo canzonavano per il suo aspetto angelico.
25/04/2010
PRIMAVERA PER SEMPRE
Mio nonno è nato nel giugno del 1921. Con la faccia bruciata dal sole dei decenni passati a coltivare la terra mi raccontava di quei primi mesi del Quarantacinque: “Se arriva l’inverno, la primavera può essere lontana?”.
L’aveva imparato da George Clemence, un soldato inglese con cui aveva condiviso una cantina nelle Langhe, prima che arrivasse il mese di aprile a liberarli. George faceva l’insegnante in un college vicino a Norwich. Quei versi erano del poeta Percy Bysshe Shelley, ma credo che mio nonno non l’abbia mai saputo.
Era la liberazione della nostra famiglia quella che mio nonno inseguiva in quei giorni. Non aveva ancora compiuto ventiquattro anni ed era disposto a uccidere. “Quando sei oppresso puoi resistere”, diceva. “Ma quando a essere sottomessi e costretti a subire le peggiori sofferenze sono i tuoi cari”, aggiungeva, “puoi uccidere pur di vederli liberi”.
Parlava soprattutto di mio padre, nato all’inizio di due anni prima. Era presente quando i soldati tedeschi trascinarono per i capelli sua madre, mia nonna, fuori in cortile per riempirla di bastonate. Devastarono la cucina, diedero fuoco ai letti, rubarono cibo, vestiti, pochi soldi e preziosi.
Mio padre è cresciuto nel silenzio. Quelle poche parole che usava di solito erano ben spese. Come quelle per combattere le ingiustizie. Ha cominciato a lavorare in fabbrica, a Genova, quando aveva poco più di quindici anni. A venticinque era a capo delle manifestazioni contro i trattamenti disumani riservati agli operai. Era l’autunno del Sessantotto. “Abbiamo diritto a crescere le nostre famiglie con dignità”, così era scritto in rosso su un lungo telo bianco che lui e i suoi compagni portavano in testa al serpentone dei manifestanti. Lo stesso telo che adesso sta nel vecchio granaio nelle Langhe e che tante volte ho srotolato con orgoglio negli anni universitari.
“Eri nato da poco, non avevamo neppure una stufa per scaldarci, non era più sopportabile farvi vivere in quelle condizioni”, mi diceva con la sua voce roca e bassa nei ricordi di quell’epoca.
Da qualche mese ero diventato padre anche io quando, nell’estate del 2001, camminavo per le strade di Genova con anziani ex operai, i figli e i nipoti dei partigiani, giovani sensibili al proprio futuro. Un mare di persone in disaccordo con le politiche del G8.
Mio nonno aveva il fucile e la mitraglietta. Mio padre i tascapane riempiti di sassi o bulloni e le spranghe di ferro nascoste nella tuta blu. Eppure loro mi hanno educato alla pace e alla manifestazione non violenta del dissenso. Così ho cresciuto mio figlio cercando di tenerlo estraneo alla guerra e alla violenza.
Ma non ho lasciato trascorrere neppure un giorno senza ricordargli di mio padre e di mio nonno, che hanno tenuto acceso dentro di me il fuoco della libertà e della speranza.
“If Winter comes can Spring be far behind?”.
03/04/2010
02/04/2010
TU CORRI
Tu corri, io gioco.
Tu corri, io ballo.
Tu corri, io canto.
Che sole meraviglioso!
Peccato che tu non lo vedi.
29/01/2010
JACOPO BATTISTELLI, DI ROMA
“Buongiorno, ho un appuntamento con il dottor Palmiero”.
“Mi dice il suo nome, per cortesia?”, chiede la signorina dagli occhi grandi alla reception.
“Battistelli. Jacopo”.
“Di?”
“Di Roma”.
“Oh, no, mi scusi”, la signorina sorride gentilmente abbassando le palpebre, “volevo dire di quale società, per chi lavora”.
“Aah! Scusi tanto”, s’imbarazza Jacopo, “nessuno. Nessuna società. Libero professionista. Mi scusi ma oggi proprio…”.
“Non c’è problema, non si preoccupi”, sorride Occhigrandi, che poi indica i divanetti di fronte alla sua scrivania: “Prego, si accomodi pure, intanto avviso il dottor Palmiero”.
Jacopo si sistema sulla poltrona più lontana, tentando con l’immobilità di mani, braccia e gambe di nascondere un certo disagio che lo farebbe agire in modo goffo. E ridicolo. Così, ancora duro e contratto come una lapide, si toglie da seduto il giaccone pesante che ha indosso.
Occhigrandi nel frattempo sembra di nuovo assorta nelle pratiche da “signorina della reception”: muove fogli, smista corrispondenza, pigia sul pulsante che apre la porta d’ingresso a ogni trillo del campanello. Si vede che è bene allenata, saluta chiunque entri come fosse un parente, spalancando quegli occhi grandi e sorridendo a pieno viso.
Seduto sulla poltrona più lontana, Jacopo osserva gli ingressi dei dipendenti dalla porta principale. Sta tutto ingobbito in avanti, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, mentre uno dopo l’altro i colleghi di Occhigrandi sfilano davanti a lui. Ogni tanto dà una sbirciata verso la signorina, bene attento a non farsi scorgere.
Riflette su quand’è che in vita sua ha imparato il significato della parola “trans”. Ricorda che quando aveva quattordici anni o poco più incrociò una sera una prostituta che batteva per la strada. Lei era tutta imbellettata, dipinta in viso, con un vistoso rosso sulle labbra e con il blu intorno agli occhi. Gli disse, parlando lenta e con dolcezza: “Ciao bello. E allora, andiamo?”.
Lui era rettamente educato, conosceva il senso di quella situazione, anche se da protagonista non l’aveva mai vissuta in precedenza. E sapeva dove la professionista lo stava invitando ad andare. Ma la dottrina appresa, di matrice moderata e caritatevole, gli rendeva chiaro il modo di comportarsi: “Mi dispiace, non posso”.
Nell’occasione, Jacopo non aveva immediatamente colto quel particolare, troppo concentrato com’era a trovare le parole adeguate al contesto. Quei minuti spesi a tentare di dimostrarsi di aver compreso la lezione della comunità, declinando con gentilezza l’invito adulatorio e adescante, l’aveva distratto da contenuti più pratici. Soltanto qualche tempo dopo, poteva essere un mese, realizzò che la voce di quella donna era assai somigliante al timbro del suo professore di disegno alla scuola media Sacro Cuore.
Nell’attesa del dottor Palmiero, Jacopo si è abbandonato all’indietro, affondando fino al collo nel grande cuscino della poltrona. “Trans”, dice tra sé e sé.
Incrocia le dita delle mani riposte sul ventre, lo sguardo va verso il soffitto, come fosse alla ricerca della parola giusta. “Tran-ses-sua-le”, ripete ancora mentalmente, separando le sillabe le une dalle altre.
E poi sorge nei suoi pensieri l’immagine di una donna che balla in mezzo ad altra gente. Una donna con le spalle nude, le braccia distese verso l’alto, sinuose e ondeggianti a ritmo di salsa sudamericana. Man mano scorrono altri fotogrammi di una notte di libera trasgressione. La stessa donna in un corridoio. Lui e lei, corpo a corpo. Le mani di lei sul viso di lui, attraendo a sé le sue labbra. Ancora un flash di lei, questa volta sopra di lui, coricato su un letto di chissà chi. Lei che gli sbottona la camicia, che gli sfila i pantaloni. Sempre lei che scivola con le labbra appoggiate sulla pelle di lui, il torace, l’ombelico, giù. Il ricordo della passione. Il pensiero di quella donna nuda. Una donna che è anche un uomo.
Jacopo fissa il pavimento a pochi centimetri dai suoi piedi, travolto da pensieri proibitissimi della notte appena trascorsa. Finché una carrellata di volti invade la scena. Sono occhi, bocche, nasi degli abitanti del suo quartiere, fedeli frequentatori della parrocchia di S. Giuliano al fondo della via. Dalla bocca Jacopo butta fuori il respiro sonoramente, mentre allunga i piedi, che ora paiono ami da pesca gettati lontano da un pescatore spazientito.
“Jacopo! Bello mio, mannaggia, eccoti qua! Finalmente! …Sarà mezzora che t’aspetto!”, arriva d’improvviso il vocione baritono di un omone grosso tutto baffi e ciccia. Il dottor Adriano Palmiero, agente immobiliare di lungo corso.
“Ma come, sono qui da diversi minuti”, risponde un po’ sorpreso Jacopo, che però non si dà per vinto: “Io sono sempre puntuale”.
“Dai, puntuale, vieni con me, non c’è tempo da perdere!”, ride gracchiante Palmiero.
Jacopo segue placidamente l’omone fino al suo ufficio, l’ultima porta di un corridoio buio. Anche l’ufficio di Palmiero è buio. Le finestre sono oscurate dalle veneziane tirate giù. Una piccola lampada alogena fa luce sulla tastiera del computer alla scrivania.
Transessuale. Jacopo non riesce a fare a meno di pensarci. Palmiero si siede alla sua sedia che lo cinge sui fianchi con i braccioli come un paio di jeans troppo stretti.
“Jacopo, noi dobbiamo svoltare!”, esordisce euforico. “Ho trovato un tizio lombardo che deve sistemare vagonate di milioni prima possibile. Mi ha chiesto una consulenza, capito”, fa strizzando l’occhio. “E mi dà un incarico. Ehi, non preoccuparti, ci sei dentro anche tu e ovviamente ce n’è anche per te”.
“Mi dispiace, non posso, voglio fare le cose per bene. Voglio occuparmi di attività trasparenti”.
Trans. La mente di Jacopo torna lì. Gli occhi neri e ardenti che appartengono a una donna che è anche un uomo scuotono Jacopo in una notte di evasione.
“Jacopo, non ricapita una cosa così. Ho preso agganci in tutto il nord. A te ti lascio il Veneto. Vai lì, compra appartamenti, attici, case unifamiliari, bifamiliari, palazzi, villette a schiera, castelli, quello che vuoi! Hai briglia sciolta. Sali su e conquista il nord-est!”
“No”.
“Lo prendo come un sì”.
Transessuale. Il cervello di Jacopo va per conto proprio. Le spalle scoperte di una donna che è anche un uomo distolgono le attenzioni di tutti da un’intimità segreta.
“Ma scusa, pensi che sia scorretto imbrogliare per ottenere milioni di euro?”.
“Sì”.
“Mmh, non ci siamo capiti. Riformulo la questione: pensi che sia scorretto imbrogliare per ottenere milioni di euro?”.
Transgender. Una eco in testa a Jacopo che non smette di riproporre quel suono. E quelle sensazioni: la bocca di una donna che è anche un uomo riscalda il corpo di Jacopo trascinandolo in un vortice di estasi e intrigo.
“Questo signore ha soldi che gli saltano fuori dalle orecchie. Vuole un consulente astuto, capisci che intendo?”, Palmiero ammicca, disegnando con i baffi una specie di ghirigoro. “Vuole un lavoro con i fiocchi. Io voglio dargli una mano e intanto, con l’altra mano, voglio un regalino per me. E per te, Jacopo, cazzo!”.
Jacopo, infine, accetta: “Va bene”.
Trans, transessuale, uomo e donna. L’attenzione di Jacopo è ormai distolta. Ora va al ricordo di un ragazzino quattordicenne: Jacopo a messa, durante la comunione, a ritirare il giusto premio, l’ostia, con il viso atteggiato a fierezza come quello di chi non si fa irretire.
Invece lo Jacopo di oggi, incastrato dal dottor Palmiero in una nuova iniziativa presuntamente poco lecita o sospettosamente fraudolenta, ha la testa china. E’ indeciso su che cosa tra la trasgressione notturna e la spregiudicatezza diurna val la pena concedersi, tenendo a mente il suo obiettivo principale. Il giusto premio. L’ostia. L’approvazione di Dio.
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22/01/2010
DOMENICA BENEDETTA DOMENICA
Domenica pomeriggio. Lei dice qualcosa come: “Hai quel che serve per fare impazzire la maggior parte delle donne: sai far ridere”.
Arrossisco, da bravo scolaretto. E lei ride. Parliamo del mondo, di come gira, della sua grammatica.
Dopo poco la conversazione inizia a scaldare i cuori.
Parliamo dell’amore, sentimento universale. L’amore universale, le dico, per me vale sempre che sia provato per un amico o per la donna amata. O per l’uomo amato. O per entrambi come in “Domenica maledetta domenica” di Schlesinger (ma come si scrive? Le chiedo. Non lo so, dice).
Le dico, farei l’amore universale con te adesso. Ride. Davvero, le dico, non è mania o perversione: sento di voler fare l’amore e basta.
Lei si sorprende, ma è curiosa. Dimmi di più, dice.
È una sensazione, un’energia di passione che nasce nel profondo, non so da dove, provo a descrivere io. Lei ride. Ci abbracciamo.
Le dico vuoi provare a fare l’amore con me adesso per capire cosa sento io? Sì.
Ho dentro una palla di fuoco che sbatte di qua e di là. Gliene parlo. Ride.
Mi prende le mani e chiede: diciamoci di più di noi.
Dico: sì, tre domande a testa.
Dimmi tutto sul tuo pene, comincia lei.
Ah, dico io.
Ho ancora un tentennamento, ma poi: tutti si sorprendono perché è nero come se fosse abbronzato tutto l’anno.
È bellissimo, dice.
Cosa ti piace, le chiedo. Voglio che il mio uomo mi prenda con passione. Poi mi piace baciarlo, toccarlo, mangiarlo. Mi piace tutto.
Parlami dei tuoi occhi e del tuo viso, tocca di nuovo a lei.
I miei occhi sono scuri, vivaci, profondi. Capelli corti, scompigliati, esplosi. Ride, rido anch’io, ma per l’imbarazzo questa volta.
Non faccio spesso la barba, sono pigro. Ho gli occhiali.
Hai l’aria dell’intellettuale, dice. Solo l’aria, preciso. Ridiamo.
Adesso io: dammi tutte le tue misure. Alta 1,68, peso 53 chili, scarpe numero 37, taglia 42.
Le tue misure, ora, fa lei.
Alto 1,90, peso sugli 80 chili, ho il 45 di scarpe. Non so altre misure. Molti muscoli nelle gambe, per la bicicletta. E ho le mani da pianista, almeno così mi dicono, ma non credo che conti come misura. Ride.
Andiamo vicino alla finestra, guardiamo fuori: c’è foschia. Ma di solito c’è una vista tutta da respirare, le dico. Dev’essere bellissimo. Le foglie sugli alberi sono ancora verdi, c’è qualche giallo e qualche rosso intorno. Li vedo così intensi perché sto con lei, forse. E mi rammarico di non vederli così di solito.
Lei è davanti a me, guarda fuori. È molto carina e non me n’ero accorto. La bacio. Mi bacia. Il bacio man mano diventa più pieno. Sospiriamo.
Finché: no, niente indirizzo email o numero di cellulare, preferisco così, dice prima di disconnettersi.
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10/01/2010
ATLETICO FOOTBALL CLUB S.P.A.
“Ehi, come va?”, chiede Diego, aggiustandosi la cravatta.
“Ehi, ciao! Bene e tu?”, risponde Armando, mentre introduce una moneta nella macchinetta del caffè.
“Bene. Ho appena incontrato la Dirigenza”, spiega Diego. Poi, con una mano nella tasca della giacca, aggiunge: “Ho firmato per quest’anno”.
Armando resta qualche istante immobile attendendo che il bicchierino di plastica marrone sia totalmente riempito di caffè. Pazientemente, allunga una mano e afferra il bicchiere con tre dita per non bruciarsi e finalmente si volta verso Diego: “Alla fine t’hanno convinto. Eh, anche con me hanno insistito, sai?”.
Ora Diego sorride, sembra soddisfatto: “Lo so sì! Lo sanno tutti. Ma si vede che ci tengono, hanno capito che non se ne trovano in giro come noi”.
Armando strappa una bustina di zucchero per versarlo nel bicchierino, poi mescola il caffè con un cucchiaino di plastica trasparente. Ogni movimento è posato come fosse parte di un rituale. “Praticamente giochiamo nello stesso ruolo”, dice, “ma a volte possiamo anche coesistere”. Armando sottolinea quest’ultima parola guardando Diego dritto negli occhi, per poi ripetere: “Possiamo coesistere, in passato l’abbiamo anche dimostrato”.
“Un allenatore capace sa come metterci in campo”, fa Diego mentre con la destra fa rimbalzare alcune monetine, “Poi il campionato è lungo, le occasioni si trovano”, continua, “a proposito, fra poche settimane si parte con la prima di campionato”.
“Già. Io credo giocherò titolare, sai?”, rivela Armando, che sorseggia poco alla volta il suo caffè.
“Sì, lo penso anch’io, visto quel che han fatto per prenderti”, conferma Diego, inserendo le monete nella macchinetta e digitando sui pulsanti per far uscire a sua volta un bicchierino marrone colmo di caffè fino all’orlo.
“Ecco, senti, a questo proposito vorrei chiederti una cosa: non è che ti va di sostituirmi? Non sono molto in forma in questi giorni…”, propone Armando, sbirciando il suo profilo rispecchiato dalla colonnina di metallo sulla macchinetta del caffè. Coglie così l’occasione per sistemare il colletto della camicia bianca infilandolo sotto quello della giacca.
“Mah, non so se ce la faccio. Riscaldandomi l’altra sera ho sentito un muscolo tirare dietro il ginocchio. Ma ci provo, dai!”, si sbilancia Diego, che muove orizzontalmente il bicchierino compiendo piccoli cerchi con la mano, in modo da far raffreddare il caffè appena uscito dalla macchinetta.
“Ti capisco. Io per evitare questi problemi ho iniziato la preparazione prima, in estate. Ho fatto un po’ di volte a piedi la salita del Canalone e mi sento pronto”, racconta Armando.
I due restano qualche istante in silenzio, guardando il pavimento grigio.
“A che ora è il Consiglio d’Amministrazione?”, chiede adesso Diego, scrutando l’orologio appeso nel corridoio.
“Alle cinque e mezza”, replica preciso Armando.
“Mi sa che è ora di andare, allora”, fa Diego, buttando giù in un sorso il caffè amaro e gettando il bicchierino nel cestino.
“Sì, andiamo. Allora faccio io l’introduzione sul bilancio, ma tu intervieni appena te la senti che oggi sono un po’ sottotono”, dice Armando incamminandosi con Diego lungo il corridoio.
“Contaci. Possiamo coesistere”, chiude Diego entrando nella sala conferenze.
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27/12/2009
FACEBUUH
Oggi qualcuno tornava dal viaggio di nozze, qualcun altro beveva caffè, altri ancora avevano sonno o eran stanchi o la giornata era lunga.
C’era chi litigava col capo, chi scherzava su una delusione d’amore, chi non era d’accordo con le proprie idee, chi era stressato dal traffico.
Vecchi amici, belle ragazze, colleghi noiosi, un grande fracasso di voci.
Grazie a Facebook incontri chi vuoi senza muovere il culo.
E il giorno di lavoro sparisce come la polvere sotto il termosifone: “Buongiorno, caro cliente, in cosa posso esserle utile… domani?”.
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23/12/2009
SEI MESI A SCROCCO
Sono quasi sei mesi che ti sei stabilito da noi. Ora come ora, non ricordo neppure quali fossero i nostri accordi. Di certo ti avrò detto: “Per qualche tempo siamo ok, ma poi devi trovarti un posto”.
E invece eccoti ancora qui, con i tuoi orari sballati. Hai quel problema di cui sappiamo, che ti impone la sveglia più volte per notte. E devi tirarti su, perché coricato non ci puoi stare. Così in un attimo siamo svegli tutti.
Ma forse tu nemmeno te ne accorgi. Sei un maschio, lo so, non ti è facile renderti conto delle conseguenze delle tue azioni, convinto come sei che il centro dell’universo sia il tuo coso, lì tra le gambe. Ma su questo devo concederti una parziale giustificazione. Ogni uomo sul pianeta, più o meno consapevolmente, si porta dentro questa tensione.
Svegli tutti, dicevo. Sì, è uno degli svantaggi dell’abitare in pochi metri quadrati. Figuriamoci che succede, se mai decidi di ospitare qualcuno. Come noi abbiamo fatto con te.
Spesso, non fa differenza se è notte o giorno, ti sentiamo blaterare in modo incomprensibile, singhiozzando come un moscone da bar ubriaco dalla testa ai piedi. No, non ti abbiamo visto attaccato alla bottiglia, ma qualcosa ci dice che hai alzato il gomito. Noi ci guardiamo, sospiriamo e ci promettiamo di portare pazienza, che si tratta di un periodo e presto capirai, ti troverai dove stare.
Ma fino ad allora staremo allo stretto. Il bagno, per esempio, è uno soltanto e quando ci stai dentro tu non c’è verso di metterti fretta. Te la prendi comoda, incurante di noi, mentre ti cambi d’abito, ti lavi, quando va bene, fai le tue cose.
Fosse soltanto questo. Ma il peggio sono i rutti e le scoregge, che pari un geyser. Una macchina da gas sonori. Un vulcano in eruzione. Un pentolone di minestra con fave e fagioli. Certo non ti curi di chi c’è intorno a te, fosse anche il presidente o la regina.
Come quella sera che avevamo ospiti e tu, truuum! Con quella faccia indifferente. Mentre noi ci affannavamo a scusarci per te, a spiegare che sei da poco in città e non ti ritrovi in certe nostre usanze.
Questa tua lunga permanenza da noi ha anche il suo lato positivo. Quando ti ho portato in giro per la città l’ho vista con occhi diversi. Ho riscoperto anfratti dimenticati, ho riconsiderato angoli anonimi, ho ridato senso a piazze e vie, edifici storici e monumenti. Era come vederli per la prima volta, perché li vedevo con i tuoi occhi. Anche se, lo riconosco, non sembravi particolarmente colpito dalla storia della città. Anzi, venivi attirato da oggetti qualunque, manifesti pubblicitari o automobili parcheggiate. E io che mi dannavo a dissertare sui perché e i percome dell’urbanistica, ottenendo nient’altro che silenzio condito dal tuo sguardo sornione.
Però ti ho spiegato come in questa città la prima cosa che devi sapere è che con le basi della geometria te la puoi cavare quasi dovunque. Basta saperne di linee rette e angoli a novanta gradi. Che ci sono grandi viali come in America e piazze eleganti come a Parigi.
Quel che è sicuro come la pioggia il giorno di Pasquetta è che finché non ti degnerai di imparare la nostra lingua non potrai chiedere informazioni. E voglio vederti a tornare a casa avendo smarrito la strada, di notte, dopo aver girovagato per locali. Senz’altro tu, astuto come sei, ti farai scarrozzare a destra e sinistra. Come in questi mesi. Abbiamo dovuto accompagnarti persino dal medico, restando in attesa insieme a te a chiacchierare del più e del meno con chi aspettava prima di noi.
Nonostante questi nostri sacrifici ieri ti sei messo a fare storie a tavola. Non ti piaceva quel che avevamo da darti. Ma qui si mangia così, bello mio, bisogna che ti ci abitui. D’ora in poi niente più latte di mamma, ma pappette e frutta grattugiata!
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22/12/2009
GLI ESAMI NON FINISCONO MAI
Quanto a me, oggi mi son deciso e sono andato a farmi vedere. Ho fatto quell’esame che ti dicevo. Ho preso ferie, preferivo. Non volevo che il capo sapesse.
Insomma, mi sveglio alle sei e venti, prima di chiunque altro, perché ho da prendere in sequenza l’auto, il treno e l’autobus per arrivare giusto alle nove all’ambulatorio in città. Mi metto in coda e, indovina un po’, sono ultimo. Cinquantaquattresimo. Penso subito quel che penserebbe chiunque, che non sarà una passeggiata.
Mentre sto lì a far piccoli vortici coi pollici, vedo che ne entrano uno dietro l’altro man mano che il tizio apre la porta e fa cenni che stanno per “Avanti il prossimo”. Ma non dice mai una parola, neppure un “Buongiorno”.
Su due piedi, penso che ci sarebbero tanti altri modi per organizzare una cosa così, che basterebbe far prendere gli appuntamenti al telefono, prima. Ma dato che ho i miei bei grattacapi non sto a farmene una pena.
Attendo. Il tizio col camice, che fin da subito capisco essere senz’altro il medico specializzato, ha una barba grigio élite che stona sul camice bianco. Esce a intervalli irregolari, un quarto d’ora uno, mezzora un altro, cinquanta minuti un altro ancora. Così non puoi nemmeno farti un’idea di quanto ci voglia. E lui ogni volta esce fuori e ne chiama dentro un altro. Come fossero oggetti in catena di montaggio, i pazienti si infilano dietro la porta e spariscono.
Ma come sai ho i miei bei grattacapi e non sto a farmene una pena. Poi ne entra dentro uno nuovo. Col procedere dei turni percepisco l’avvicinarsi del mio. Ho un tuffo al cuore, quando una voce di donna che si sporge dietro il tizio grigio squilla un nome che è simile al mio: “Francini?”, deve aver chiamato, e me lo chiarisco solo al secondo o al terzo richiamo, perché ero tutto intento ad alzarmi e a rispondere, “Sì, Marchiaro sono io”.
Tu dirai: ma che c’entra Francini con Marchiaro. E va be’, vorrei vedere te, che devi fare ’sto esame della pelle e c’hai tutta la tremarella che monta col passare del tempo.
Inoltre, fin dall’alba fa un gran caldo dappertutto. Nell’ambulatorio è pure inutile tener le finestre aperte perché fuori non solo è più caldo che dentro, ma anche perché proprio nel parcheggio c’è un cantiere che fa polvere a ondate.
Insomma, sta di fatto che messi insieme in oltre cinquanta ci respiriamo addosso uno con l’altro. Ci sudiamo addosso uno con l’altro. Ci disprezziamo addosso uno con l’altro.
Passa il tempo e il caldo aumenta. Il tizio, medico specialista, esce e fa chiamare un tale dalla sua assistente, Tozzi o qualcosa così. Il tale non risponde, del resto c’è trambusto nello stanzone. Il tizio, sembrerebbe di proposito, frena l’assistente che starebbe per richiamare e, a bassa voce, chiama lui Tozzi. Come per sfidarci. E l’ha vinta, perché in breve i pazienti seduti vicino alla porta si zittiscono e passano la voce: “Tozzi, tocca a Tozzi”, “Il signor Tozzi?”, “C’è Tozzi?”, dicono a turno. Il tizio resta impalato con aria strafottente, che se Tozzi non si fa trovare son cavoli suoi e perde il turno, e lui, il tizio strafottente, te la fa sembrare come se fosse questione di vita o di morte per chiunque.
Finché Tozzi si trova, è un signorotto abbastanza anziano seduto in fondo vicino al corridoio. Ovvio non potesse sentire da laggiù. Subito Tozzi tenta di rimediare, cercando di proporsi con simpatia al grande medico, il tizio col camice. O al più prova a suscitare compassione, Tozzi. Niente da fare, né una né l’altra. Il medico con la faccia grigia lo rimprovera: “E allora? Non possiamo mica stare ad aspettare lei, cos’è ha deciso che non si vuole curare? Cammini, su, per favore, entri svelto!”.
In sé l’accaduto avrebbe fatto scattare in piedi pronto a protestare un qualunque paladino dei diritti umani, come me, per esempio, o come te. Ma dato che, ormai è chiaro, ho i miei bei grattacapi non sto a farmene una pena. Quelle macchie che mi sono deciso a far vedere: eh, mi inquietano assai. Penso all’altro giorno quando ho fatto uno screening dal mio medico. Mi ha detto bonario: “Fila subito a farti vedere da uno specialista”. Così sono partito dalla valle stamattina ed eccomi qua.
Ma ora che ci sono non son più tanto sicuro. Tutt’altro, se potessi me ne andrei. Poi ho l’impressione di star dentro una fornace con almeno sessanta gradi. Stiamo tutti lì a sventolare qualcosa: ci si aggiusta con quel che c’è intorno. Chi ha un giornale, chi una rivista, chi agita una busta da lettera, chi sbatacchia una radiografia o l’impegnativa del medico. Io ho per le mani un inutile volantino promozionale di un emporio di abbigliamento che invece così mi torna utile.
Il caldo aiuta a distrarre le attenzioni, perché anziché parlare del terrore di quel che puoi avere, ti metti lì a dire qualcosa sulla temperatura con il tuo vicino di sedia.
Si fanno le due e tre quarti del pomeriggio, butto uno sguardo intorno e faccio il calcolo che ci sono ancora circa una decina di persone da passare. Io sono sempre l’ultimo, ormai fradicio di sudore dappertutto. Calzini, mutande, maglietta. Mi suda pure la porzione di testa dietro le orecchie. Sento le gocce scivolare giù. Una dopo l’altra scandiscono in sequenza l’angoscia di una brutta malattia, lo sgomento per una pessima notizia da parte del medico, la disperazione per l’esito di una valutazione di laboratorio.
Siamo alle quattro meno un quarto o giù di lì. L’aria dello stanzone sarebbe irrespirabile per qualsiasi forma di vita, ma noi che ci stiamo dentro da ore non ce ne accorgiamo più. Il tizio grigio col camice bianco s’è manifestato diverse volte, qui dove aspettiamo, e mai che abbia mostrato un ben che minimo gesto di sensibilità nei confronto di noi pazienti.
Dopotutto, per lui non siamo altro che un ammasso di pratiche da sbrigare, numeri progressivi da evadere per star dentro gli obiettivi strutturali. Non fa neppure granché per nasconderlo. Restiamo pazienti con tanta pazienza, in quest’atmosfera da fogna a cielo aperto, che mescola reazioni fisiologiche in cerca di un termoequilibrio, ma possiamo anche dire puzza di sudore, e istinti di conservazione , ma possiamo anche dire cacarsi addosso dalla paura.
Cosa farò, mi domando. Come potrò andarmene in giro? No, me ne starò chiuso in casa fin quando non sopraggiungerà la morte. Quanto tempo mi resterà, un mese, una settimana? Dovrò dimenticare ogni cosa lasciata in sospeso, dall’antiruggine al cancello a Teresa. Teresa, sì. Proprio adesso che mi ha concesso di vederci per cena nel fine settimana. Perché a me? Perché io? Cosa ho fatto?
A un tratto, a interrompere l’estasi fobica che si scatena dentro di me, arriva su un custode che dice forte che l’edificio deve chiudere alle quattro. Mi guardo attorno ancora una volta e noto che siamo in cinque.
Ti chiederai come farà il tizio in camice a gestire la cosa, passare con una valutazione come si deve ognuno dei cinque pazienti rimasti. Normale che tu te lo chieda, invece io lì per lì non l’ho fatto, squagliato come stavo tra cappa di calore, olezzo e panico da responso medico.
Bene, il tizio grigio è un autentico cafone. Sì, adesso che ho passato quasi una giornata intera a osservarlo lo posso dire con autorevolezza. Fa mettere tutti in fila, chi tardi arriva male alloggia. Non si cura di nessuno, benché sia lì pagato proprio per curare, accidenti! Si comporta male con chiunque, dall’anziano alla bambina, passando per il disabile e per arrivare a me, pavido e tremolante. Manco un cenno, manco uno sguardo, manco un “Crepa”.
Considera che non si è portato dietro i miei dati che la segretaria gli ha preparato. E lo dice forte all’assistente quando sono poi entrato: “Marchioro, mmmh… no, non ho dietro i dati, li avrò lasciati in segreteria. Ma non importa”. Mi storpia il nome, capisci?! Non importa? Te lo do io non importa!
Sono le quattro e dieci, trascorrono altri due minuti, ormai sono strabico per aver tenuto tutto il tempo gli occhi divisi tra l’orologio del corridoio e la porta della stanza delle visite, che è laterale.
Ecco che proprio dalla porta si affaccia il tizio in camice, sempre più grigio. Tocca a me.
Parto dal finale, per non farti stare troppo in pensiero. Va tutto bene, non ci sono problemi alla mia pelle. Insomma dev’essere stato qualcosa di psicosomatico.
Ma fammelo dire quanto è maleducato questo qui. In poche parole, non mi dice niente di niente, non mi lascia dire niente di niente. Mi fa pure “Sscch!” con l’indice sulle labbra quando sto per raccontare. Non mi visita, fa due commenti biascicati all’assistente, che scrive qualcosa. Sarà lei a spiegarmi del disturbo che ho e che non è niente di che.
D’accordo, va tutto bene, non sono malato, però mannaggia! Esco di lì che sono tutto carico di quella roba accumulata dalle sei di mattina. Ho fatto la scorta di sudore, tremarella, tachicardia, abbassamento della vista, spasmi intestinali, fiato corto e tanto altro, sai.
Tutto a causa di questo tizio. A ripensarci che rabbia, l’avermi fatto aspettare tutto questo tempo… Ma d’altronde non son mica io che posso dire che non ho niente. Ho su questo nervoso ancora adesso, guarda. Davvero, lasciamelo dire, permettimi di fare il volgare: mi sono fatto tre coglioni così. Due i miei e uno lui, il coglione!
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20/12/2009
VITA RIDICOLA DI MARIETTO CICARA
Mario Cicara è stato fatto fuori dallo Stato. Con ciò non intendiamo affermare che lo Stato l’ha ammazzato. Vogliamo convintamente dire, e infatti lo diciamo, che lo Stato l’ha messo fuori dai giochi.
Aveva cinquantasei anni ed è deceduto per un accidente. Sui giornali han scritto che è morto d’infarto o per arresto cardiaco, a seconda dell’orientamento politico.
Ma noi conosciamo la verità. Il suo faccione pieno di peluria sempre in primo piano in Tv infastidiva qualcuno.
Ogni sera, dopo il telegiornale, faceva capolino nella trasmissione di Bottegazzi che parla di cose del giorno e sbam, piazzava lì un pensierino caustico per irridere un politico. E il giorno dopo boom, un graffio sagace verso un altro politico. E avanti così, uno via l’altro, se li faceva tutti in un paio di settimane, dal governo all’opposizione. Persino gli extraparlamentari. E giù a ridere come matti.
Mario Cicara, va detto, ne aveva per tutti. Una volta, con quella zazzera riccia e brizzolata che vibrava in testa mentre la sparava verso destra o verso sinistra, se l’è presa con il Concilio Nazionale di Sacerdozio. C’è da crederlo, non potevi evitare di ridere. Il pubblico andava in visibilio per lui. Era memorabile quando faceva l’imitazione del Presidente della Repubblica.
Mario Cicara era uno straordinario professionista, ed è morto per il suo lavoro. Veniva chiamato “Marietto”, per quanto gli ammiratori lo sentivano vicino. Era quasi un amico. Per lui la gente comune stravedeva. Avresti fatto qualsiasi cosa, come quella volta che ci provocò in televisione invitando tutti a far l’amore anziché perder tempo con le trasmissioni. Pare che nove mesi dopo, e i giornali l’han confermato, ci sia stata un’impennata di nascite in tutto il territorio nazionale.
Marietto era un trascinatore, sì. Raccontava retroscena surreali della classe dirigente facendoci fare risate a crepapelle. Sdrammatizzava su mazzette e accordi taciti tra potenti, ironizzava su manovre di accomodamento nei grandi processi nazionali, riduceva a battute comiche le truffe milionarie dei grandi imprenditori.
Han provato a fregarlo inscenando uno scandalo su sue presunte evasioni fiscali. Ma non era vero niente, pagava le tasse fino all’ultimo centesimo. Era sempre un passo avanti a tutti, libero e bello come il sole quando stava davanti alla telecamera.
Noi abbiamo conosciuto bene Marietto. Ogni anno, l’ultimo dell’anno, veniva alla nostra festa al “Circolo dei Ricostruttori”. Eravamo e siamo il massimo gruppo formale di appassionati di Mario Cicara. Con tanto di sigillo ufficiale. In occasione del recente veglione, sempre accompagnato dall’elegantissima moglie Franca, Marietto ci ha deliziati cantando con noi e la nostra piccola orchestra. Custodiamo una breve ripresa video in cui intona “Il vecchio traghettatore”, il nostro cavallo di battaglia.
Franca, scoccata la mezzanotte, forse per liberarsi di un peso ha cominciato a darci dentro con lo spumante. Fin quando, verso le due, senz’altro più “allegra” del normale, ha rivelato ad alcuni di noi, i più in confidenza con i coniugi, che Marietto era diverso dal solito nell’ultimo periodo. Un po’ fisicamente abbattuto, con tanti piccoli acciacchi. E giù di morale frequentemente, a dispetto del suo spirito vitale e goliardico.
Si è trattato dunque di una indimenticabile rivelazione. Divenuta un’anticipazione di quanto, qualche mese più tardi, è poi accaduto.
Noi oggi vogliamo ricordarlo quando a pieno schermo diceva al suo pubblico queste rimarchevoli parole: “Io vi dico la verità e voi ridete. Pensate che sia tutto inventato per farci sopra una risata. Credete che esageri di proposito. E va bene così: io inizierò a preoccuparmi sul serio, per la mia vita, quando qualcuno smetterà di riderci su”.
Marietto è morto. Non faceva più ridere.
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17/12/2009
FUORICAMPO
Fernando Yllera è a un capolinea. Se la sua squadra non vince oggi non ci saranno i play-off per la promozione in seria A. Se il prossimo anno non sarà serie A, niente main sponsor, come dice il Presidente. Senza i soldi dello sponsor, zero stipendi. Senza stipendio Fernando torna a casa, a Cuba.
Katrina Lockhart, detta hurricane, ha amato soltanto il softball in vita sua. Eppure da qualche tempo è certa di amare anche Fernando. E dire che ha avuto un bel da fare nel tenere segreta questa relazione. Anche a se stessa. O, meglio, al suo cuore. Finché non ha più resistito e ha baciato Fernando al termine di un allenamento, un paio di mesi fa.
Katrina è il pitcher, cioè il lanciatore. Dal suo braccio dipendono le sorti della difesa della squadra. In questa stagione ha messo a segno un numero notevolissimo di strike out, filotti di lanci validi non colpiti dai battitori avversari. Con tre strike torni a sederti, eliminato.
Bene, proprio per infilare strike in serie Katrina è arrivata da Melbourne grazie a un contratto “speciale”, come lo ha definito il Presidente. Ma senza la serie A, il prossimo inverno se ne torna dritta dritta in Australia. Con un volo altrettanto “speciale”.
Fernando, o “coach Yllera”, come lo chiamano tutti, è un omone di pelle scura, quarantaquattrenne ex lanciatore professionista della Major League americana. Infortuni e questioni politiche l’hanno però tenuto lontano dalla ribalta. Finché si è dato all’insegnamento di tecniche e tattiche di gioco, arrivando in Europa per allenare squadre di rilievo. Il Presidente l’ha voluto per assicurarsi una promozione diretta in serie A, ma le cose non sono andate tutte lisce e oggi la squadra si deve giocare l’accesso agli spareggi con l’avversaria di sempre, guarda caso a pari punti in classifica. Insomma, chi vince è dentro, chi perde è fuori.
Tutto si sarebbe aspettato, coach Yllera, compresa questa partita al cardiopalmo. Tutto prevedibile, sì, eccetto il fatto che si è innamorato di una ventenne nerboruta tutta grinta e determinazione che arriva dall’altra parte del mondo. Una storia d’amore che dopo mesi di clandestinità è stata dichiarata anche alla dirigenza, Presidente su tutti, grazie alla riservatezza poco discreta di Becky, il catcher titolare, che alla quarta birra media di una cena di squadra ha scherzato proprio sull’episodio del bacio in campo: “…E poi il coach è stato investito dall’uragano Katrina sul monte di lancio, che quindi è stato ribattezzato il monte di Venere!”.
Il Presidente, inutile nasconderlo, puntava proprio Katrina. Ha tentato di conquistarla a suon di regali, prima uno scooter per muoversi in città (“E per non arrivare tardi agli allenamenti!”), poi la tessera annuale allo Sporting Club, quello dei Vip, infine un viaggio premio di cinque giorni a Ibiza per due persone. Il Presidente ha dato per scontato che ci sarebbero stati insieme, ma Katrina ci è andata con Becky.
Per farla breve, il Presidente si è presentato nello spogliatoio di Fernando, all’inizio dell’allenamento successivo, per pronunciargli queste poche ed eloquenti parole: “Serie A o a casa, ci siamo intesi?”. Le ultime che il coach si è sentito rivolgere in maniera diretta dal Presidente. Fino a oggi.
Nei convenevoli di rito, a pochi minuti dall’inizio della partita, tra un “Che vinca il migliore” con i giornalisti e un “Abbiamo bisogno del vostro calore” con i tifosi, il Presidente ha anche gettato uno sguardo di avvertimento a Fernando imbottendolo con queste parole: “Sono certo che il nostro coach ha preparato al meglio questa partita, che è fondamentale per tutti noi e lo è anche per lui!”.
Katrina e Fernando non sono soliti scambiare molte parole. Si intendono con un’occhiata. Ormai arrivano al campo insieme, con l’auto di Fernando. E se ne vanno insieme, di solito diretti all’appartamento di Katrina, che dista un paio di chilometri da lì. Anche oggi è stato così: meglio riprodurre ogni comportamento rituale, sia per mantenere la concentrazione, sia anche, perché no, per scaramanzia.
Va tralasciata, per non eccedere in didascalie, la cronaca della partita. Sta di fatto che si arriva all’ultimo inning: avversari in attacco e punteggio in parità. Ci sono già due eliminazioni, ne basta una terza e si procede con l’extra inning per tentare di vincere questa sfida così intensa. Katrina ha il braccio stanco, dopo aver lanciato ad altissimo livello per sei inning consecutivi. Adesso ha concesso qualche battuta e le basi sono piene. Per dare il giusto risalto enfatico alla faccenda, va annotato che l’allenatore avversario è ovviamente spocchioso e antipatico e la giocatrice alla batutta è, guarda un po’, proprio la stella della squadra avversaria, che si gioca con Katrina il titolo di “miglior giocatrice del campionato”.
Tensione alta, come normale che sia. La battitrice ha colpito forte la prima palla, spedendola lungo la linea laterale, fino a oltrepassarla. Conta come strike. Seguono tre ball segnalati dall’arbitro, molto contestati da pubblico e giocatrici. Fernando Yllera è in silenzio, in piedi con le braccia incrociate. Guarda fisso Katrina che fa girare la lingua in bocca tra labbro e denti superiori. Katrina fa roteare il braccio e lascia la palla con veemenza. Strike.
“Conto pieno”, rumoreggiano in tribuna vicino al Presidente. Un altro strike vuol dire extra inning e ulteriore possibilità per Katrina e Fernando di prolungare il loro amore. Un altro ball vuol dire invece che si resta in serie B, perché tale è una vita senza la possiblità di stare con la persona amata.
Katrina respira a fondo, cerca quel poco di concentrazione possibile, anche se a questo punto le riesce poco. Il cuore tambureggia in gola, il pensiero di perdere Fernando la strazia. Gli occhi si fanno lucidi. Uno sguardo all’indirizzo delsuo amore, che appare impassibile a bordo campo. Ma anche i suoi occhi sono lucidi.
Katrina scuote la testa, sbuffa, poi torna a fissare l’attenzione sulla battitrice avversaria. Il coach avversario passeggia nervoso davanti al dug out. La nostra eroina getta rumorosamente aria fuori dalla bocca. Quindi riparte con il consueto movimento del lancio. Un passo, due, il braccio ruota e via, la palla è lanciata forte, come sempre. Un rise che va salendo fino al limite consentito.
Battitrice impietrita, la palla con un tonfo sordo finisce nel guantone di Becky. La frazione di secondo che separa dal responso dell’arbitro sembra, come lecito attendersi in un momento come questo, eterna.
Finché: “Ball!”, grida.
Il pubblico insorge, la dirigenza si indigna, le giocatrici in campo aspramente e volgarmente contestano. Mentre le avversarie esplodono in euforia festante.
Katrina è paralizzata sul monte di lancio, dove baciò il suo amato allenatore Fernando.
Lui sputa per terra e senza dire una parola si dirige verso lo spogliatoio raccogliendo mazze e guantoni.
Katrina scalcia la terra e poi si avvia in silenzio verso Fernando. Entrambi raccolgono le proprie cose e si allontanano dal campo.
Il tempo di un incrocio con il gruppetto dei dirigenti, che fanno capannello intorno al Presidente.
Fernando e Katrina sfilano accanto. I dirigenti ammutoliscono. Il Presidente e il coach si scambiano un’occhiata: carico di risentimento il primo, freddo e inespressivo il secondo.
I due amanti salgono in auto, si avviano verso casa. Nessuno accenna a dire alcunché.
Dopo aver svoltato nel viale, un uomo su uno scooter ritiene che la manovra di Fernando sia stata sbagliata e attacca a insultarlo. Né il coach, né la lanciatrice lo degnano di attenzione, neppure fermi al semaforo, dove l’uomo sullo scooter, un cinquantenne benvestito e abbronzato, seguita nel suo sproloquio.
Svoltano nella strada secondaria che porta verso l’appartamento di Katrina e l’uomo sullo scooter prende dietro di loro, inveendo a squarciagola. Alcuni passanti si girano a guardare la scena.
Fernando Yllera butta un occhio allo specchietto retrovisore: l’uomo sullo scooter insegue a pochi metri. Fernando accosta e ferma l’auto sul ciglio della strada. L’uomo sullo scooter percepisce la sfida e si ferma pochi metri più avanti, urlando: “Che cazzo vuoi?! Guarda che ti faccio un culo così!”.
Fernando e Katrina scendono dall’auto, aprono il bagagliaio ed estraggono due mazze e il sacco pieno di palline. Senza dirsi una parola e senza neppure guardarsi, cominciano a battere le palle una dietro l’altra verso l’uomo sullo scooter.
Come in un gesto d’amore sincronizzato eseguono swing da manuale. Ecco che parte un bolide “valido” di Fernando: salta il fanalino posteriore dello scooter. Un anticipo che andrebbe dritto sulla terza base di Katrina sfonda la carena laterale, facendola cadere sull’asfalto.
L’uomo sullo scooter è come congelato, non ha il tempo di reagire che subito lo raggiunge un rasoterra da “doppio” di Fernando. Un suono acuto evidenzia il colpo sulla ruota anteriore, lo scooter barcolla. L’uomo tenta di ripararsi con le braccia, ma viene colpito da una “valida sull’esterno centro” di Katrina. Adesso il suo grido è di dolore.
Fernando sventola ancora la mazza a tutto braccio pensando ai prossimi mesi che dovrà passare senza Katrina. Il benvestito sullo scooter viene colpito di rimpallo a un ginocchio, dopo che la pallina ha investito il cruscotto dello scooter, facendone saltare una parte sull’asfalto.
I vetri in frantumi del fanalino anteriore ricordano a Katrina il brindisi che i due amanti, in occasione del loro ultimo incontro d’amore, han fatto per augurarsi buona fortuna: “Alla nostra passione, che brucia i migliaia di chilometri che separano le nostre terre!”.
L’uomo sullo scooter, sbiancato dalla paura, sembra implorare qualcosa e accenna a ripartire. Una palla scagliata dalla mazza di Fernando lo colpisce però alla mano destra, provocandogli una probabile frattura. Passerà un po’ di tempo prima che torni a firmare assegni con la sua penna d’oro.
Poi, in un impeto di autoconservazione, l’uomo sullo scooter riesce a spingersi più in là e a ripartire, ma lo stato di choc lo disorienta, lo scooter sbanda e finisce sull’asfalto, scivolando poi tra terra ed erbacce oltre la carreggiata.
Fernando e Katrina rimontano sull’auto, che il coach guida piano affiancando l’uomo coricato vicino al suo scooter a bordo strada.
I due amanti si guardano negli occhi un istante, fotografando il proprio amore reciproco. Si battono il palmo della mano in segno di successo, come fossero al Giant’s Stadium.
Sembrerebbe di sentire lo speaker farne la cronaca: “Dopo un fantastico fuoricampo, Katrina Lockhart batte un cinque a coach Yllera vicino alla panchina. Stiamo parlando di due grandi campioni, signori, gli artefici di questa entusiasmante vittoria!”.
E così, come tra i cori appassionati di uno stadio pieno, Fernando e Katrina sfrecciano via con l’auto.
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16/12/2009
GLI SPOSI PROMESSI
Luciana e Lorenzo sono a tavola per cena. Nei piatti pane e verdure crude. Parlano di com’è andata la giornata, del colloquio di lavoro rimandato di lei e dell’azienda in procedura fallimentare di lui.
“A proposito”, fa Lorenzo, “dopo l’ufficio, oggi pomeriggio, ho fatto un salto al baretto. Conosci Poldo, il barista?”. Luciana annuisce in silenzio. Lui continua: “Be’, ha dovuto pagare il ristorante un sacco di soldi. Ha dato indietro anche il trentadue pollici Ellecidì. Sai quanto ha speso per il pranzo? Centosedici euro a persona! Per trecentoventi invitati. Fai tu il conto…”. Luciana conta mentalmente. Lorenzo vuole concludere il suo ragionamento: “E ciao Champions League! E Gran Premio di Montecarlo. E Anteprima Cinema… Era un regalo di nozze il televisore, all’Ipersonic lo mettono a tremilacinquecento euro”.
Lucia fissa Lorenzo, in silenzio.
“Beppe e Franco lo dicono”, racconta lui, “che è meglio non sposarsi. Meglio risparmiare. Io faccio, oh, ma basta comprare un abbonamento a Sky in cinque, quanto fa al mese? Ci possiamo stare, no?”. Luciana sorride, speranzosa.
E Lorenzo: “Ma poi loro han detto giustamente che non puoi infilarti in casa degli altri quando vuoi tu per vedere l’anticipo del campionato spagnolo! Meglio non sposarsi”.
Luciana, finalmente, si fa sentire un po’ seccata: “E chi l’ha detto questo?”
Lorenzo un po’ sorpreso, sembra quasi giustificarsi: “Questo? …Loro! L’han detto loro, eh!”. E infatti Luciana seguita nel suo intento rimproverante: “Ah, bravi!”.
E Lorenzo: “Essì, gliel’ho detto che han ragione!”
“Ma cosa dici! E noi?”
E Lorenzo: “E noi…e noi… lo vedi anche tu che è tutto complicato: la vita costa, già solo una birra media quando ci troviamo dopo il calcetto ci costa quattro o cinque euro. Fai la somma: sei, sette…“. Lorenzo conta con le dita delle mani, poi: “Sono otto partite al mese, fa quaranta e aggiungi la pizza, l’amaro, il caffè…non vuoi mica che vada a sbattere perché sono stanco dopo aver giocato e dopo una serata in pizzeria? Non vuoi, no?”, fa infine lui, mettendo su il suo miglior tono persuasorio.
“No, che non voglio!”, risponde subito Luciana, “Ma tu la fai sempre difficile! …E invece basta arrangiarsi, ti fai aiutare dai vicini. L’olio me l’ha prestato la signora di sopra, sai, cosa credi!”.
“Eh, se fosse solo l’olio…”.
“E abbiamo già preparato tutto”, prova a spiegare Luciana, “sono passata in chiesa oggi. Don Pochettino mi ha detto che sia lui che suo fratello, hai presente? Fra’ Pochettino, quello dei Cappuccini. Ecco loro sono in ritiro quando ci dobbiamo sposare noi, ma l’han fatto sapere in diocesi e ci mandano un prete apposta”.
“Eh, ho capito, ma rifletti bene”.
“Cosa devo riflettere? Ho fatto fare la targhetta del campanello: Lorenzo e Luciana Pigliacocci. Ho speso appena venticinque euro. La signora di sopra ne aveva spesi ventotto”.
“Appunto, vedi? Ogni cosa ha il suo prezzo. Ed è sempre più alto!”
“Bisogna fare come i miei nonni”, ci prova adesso Luciana, “loro trovavano sempre il modo di tirare avanti: e non avevano un soldo in tasca! Non sprecavano mai niente, anche con il sapone: noi possiamo comprare i detersivi alla spina e risparmiamo sul contenitore. Beviamo l’acqua del rubinetto. Compriamo l’insalata dal contadino, te la dà a meno di 1 euro al chilo se vai direttamente da lui a prenderla”.
Ma Lorenzo è fermo lì: “Eh, ma non è questione di sapone e insalata… E le sigarette? Mica te le danno alla spina! E il contadino non ce l’ha la benzina per la Duecentosei e per la moto! Ci hai pensato? Come ci vado con gli amici la domenica? Loro su Honda Mille e io in bicicletta? Bisogna pensarci alle cose!”.
“Ma cosa dico al prete?”, chiede Luciana, che sembra quasi arresa.
“Di aspettare”
“Ma di aspettare chi? Cosa?”
“Aspettiamo un po’, dai”
A questo punto Luciana diventa allusiva: “Aspettiamo, aspettiamo… Anzi, facciamo una cosa: tu aspetta, io intanto stanotte mi attardo un po’ di più con Rodrigo, il tabaccaio spagnolo. Tanto tu aspetti, no?”.
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10/12/2009
COLPO DI FULMINE
Ieri non ti ho sentita, ho provato a chiamarti sul cellulare ma niente. Era spento o non raggiungibile. Non avevo il tuo telefono di casa. Ho chiesto in giro se qualcuno sapesse, e no, nessuno sapeva.
Non è molto che stiamo insieme. Quanto sarà? Due giorni? Due ore, se consideriamo soltanto il tempo passato a chiacchierare l’altra sera. Eppure io già ti amo. Mi succede così, che mi si stringe lo stomaco dalla paura di malfigurare. Però mi si apre il cuore, e dentro ci finisci subito tu. Mi è bastato sentirti dire con quel sorriso: “Perché ti interessa come mi chiamo?”. Sono rimasto di sasso. E tu sei entrata in me, ti ci ho fatta accomodare: prego, sistemati pure lì su quella poltrona.
Ieri volevo sentire ancora la tua voce. Aspettavo di raccontarti di me e svelarti sogni, pensieri, emozioni, avventure dell’animo. Solo per conquistare millimetri quadrati di fiducia. Darti l’impressione che esisto e che sono a posto.
Ma quando non ti ho trovata, quando neppure il passaparola, neppure Internet, quando niente ha funzionato per rintracciarti, ho creduto che fossi un’agente segreto, magari della polizia militare francese o che ne so. Che non potessi venire al nostro appuntamento stasera. Che io fossi una copertura e niente più, l’altra sera.
Ti ho immaginata alle prese con un’indagine su certi traffici di organi. Per esempio quelli che si suonano in chiesa. Ho pensato che ieri fossi in missione, magari una missione carmelitana nel Congo, per esempio. Chissà se i Carmelitani hanno le missioni, mi sono chiesto.
Ma poi oggi leggo il tuo messaggio ed è tutto a posto.
Tiro un sospiro di sollievo. E provo un minimo di delusione: mi sarebbe piaciuto avere un appuntamento con una spia cattolica.
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09/12/2009
METRI INQUADRATI
Ero in questo bar del centro, mercoledì in pausa pranzo.
Avevo lavorato tutta la mattina con il Management Board. Hai presente di chi parlo? Edvige Lejeune e Francois Digard, della Direzione Europa. Abbiamo dovuto incontrare Terry Goldstein, venuto apposta dalla sede centrale americana. Con me c’era Marisa Rampognani, quella che tutti dicono sia al suo posto perché nelle grazie del nostro amministratore. Be’, insomma, ti puoi immaginare il tenore della mattinata. Ho dovuto ascoltare certe cose.
Così invento una scusa e mi stacco per andare a pranzo da solo. Decido di spostarmi di qualche isolato, e trovo un bar in corso Italia all’altezza di piazza Stati Uniti, pieno centro città, ti fai un’idea?
Ok, ero lì e mi entrano queste tre, occhialute e impalate il giusto. Poco dopo le raggiunge un quarto, una specie di cane da riporto.
Sento una, la più grossa, che continua qualcosa tenuto in sospeso: “…Lascia stare, in ‘sto periodo ho in testa solo la ricerca della casa, nell’ultima settimana ho fatto il giro delle sette agenzie immobiiari!”.
“Vuoi un consiglio? Importa stare in centro, te lo dico io”, le fa immediatamente la vicina, mentre s’aggiusta i pantaloni neri prima di sedersi al tavolino di fianco a dove sono seduto io.
“E lo dici a me! Soltanto che te le mettono a quattromila a metro quadro, in centro. Come fai?”
“Guarda, fosse anche che devi stare in un bilocale, ma almeno stai in centro, io non potrei neppure immaginare di abitare lontano da dove conta!”
Queste due continuano, la terza ammutolita ma approvante, il cane da riporto accucciato sulla quarta sedia. Siamo in una trafficatissima via, con il puzzo di marmitte a fil di naso.
“Sai una cosa”, abbaia a un certo punto il cane, “il macello è il parcheggio. Di giorno per gli uffici, la sera per la movida”. Sssst, cuccia! Mi viene da dire. Mi trattengo perché sono curioso di sentire come rispondono.
“Eh, hai ragione”, fa infatti la grossa, “ieri ho visto una mansarda dietro piazzetta Fassbinder, avete presente? Quella dietro il Teatro Antico, dove si fanno gli aperitivi sciccosi… Be’, c’ho messo dieci minuti a trovare un parcheggio riservato handiccappati prima di parcheggiare. Mi stavo scocciando, stavo per tornarmene in ufficio!”.
“Ma hai il permesso per quei parcheggi?”, attacca la silenziosa.
“Certo che no, ma almeno quelli sono spesso liberi”.
“No, era solo per sapere, perché ho una cugina che grazie allo zio vecchio decrepito in casa, si son fatti dare dal comune, con l’aiuto del padre medico, il permesso per entrare in tutte le zone a traffico limitato: e parcheggiano sempre e comunque dove vogliono”.
“C’è chi ucciderebbe per quei tagliandi!”
“Oh, l’amica di mia sorella abita in loft che affaccia su piazza Centrale! Una roba fantastica, cazzo! Dovreste vederlo”.
“Eh, la vista è importante. Io devo avere apertura davanti a me. Voglio avere sguardo sul movimento: strade trafficate, via vai di gente! Pensa invece se c’hai un condominio di famiglie. Panni stesi, schiamazzi di madri dietro i bambini la domenica mattina. Quando vuoi dormire! Da strozzare tutti, madri e figli!”
“Ti quoto alla grande!”, fa quella impalata coi pantaloni neri.
Sì, hai capito bene, ha detto “ti quoto”. Lì per lì stavo per andarmene, ma poi quel gusto per il macabro, sai… E alla fine sono rimasto.
Ecco di nuovo il cane, con la lingua fuori: “Io devo ereditare l’appartamento di mia nonna paterna! Me ne stavo dimenticando: quella schiatta tra poco e mio padre mi ha fatto capire che lo intesta a me. Basta che gli do retta e faccio quel colloquio in BrandingGroup. Cazzo me ne frega, almeno c’ho la casa: vuoi affitarmela finché non trovi qualcosa di tuo?”
“Magari sì, descrivimela”, chiede la grossa. “Centralissima, infatti è a 50 metri da piazza Centrale, appunto. Secondo piano, finestre sulla strada, lì è senso unico verso la piazza, quindi ti vedi passare tutti quelli che vengono in centro. Bagno grande, cucina grande, camera grande. Una specie di entrata, grande. Non ha balconi. Le finestre son tutte con i vetri smerigliati, così non ti guardano in casa. Il pomeriggio, dalle tre in poi, macchine in coda e clacson a ruota libera, sembra di essere ai mondiali di calcio!”.
“Cazzo, sembra così carino!”, fanno in coro le altre.
“Quando posso venirci?”, domanda infine la grossa, “… io ne avrei bisogno subito, anche domani, se mi dici che è in centro non ci penso due volte!”.
“Quando vuoi, appunto, anche subito”, scodinzola il cane.
“Senti, ma come la mettiamo con i soldi?”
“Non preoccuparti ci arrangiamo”
Festeggiano come se fossero stati promossi all’esame delle superiori, facendo tintinnare i bicchieri.
Poi l’occhialuta: “Ehi, ma come fai con sua nonna?”, e la grossa: “Già, cazzo, è vero, non ci stavo pensando: e tua nonna? Mica me la terrai in casa?”.
“No, no! Certo che no! Ora vedo se posso anticipare la cosa…oppure se con mio padre possiamo sistemarla in qualche casa di cura, un centro di accoglienza, una cooperativa. Qualcosa si trova, non preoccuparti. Se passi stasera ti do già le chiavi”.
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08/12/2009
UN’ALTRA MAGNIFICA OPPORTUNITA’
Duilio Quirico ha compiuto quarantatré anni da un giorno. Oggi, con la sua inconfondibile montatura spessa degli occhiali, ha salutato i colleghi, che da stasera diventeranno ex.
L’azienda non produce più, i primi tagli di un mese fa hanno colpito i magazzini. Questa settimana è toccato all’ufficio Analisi e Statistiche e in particolare a Duilio.
Stamattina s’è vestito con il meglio disponibile nel guardaroba. Camicia bianca, cravatta di seta, un regalo di una vicina di casa per farsi perdonare quel bozzo sul parafango della Punto di Duilio. E poi il gessato grigio, che ha comprato a un’asta giudiziaria dieci anni fa, e scarpe nere lucide.
Così impacchettato ha forse ritenuto di poter far colpo sulla responsabile del personale, coltivando in segreto l’ambizione di restare al suo posto.
Poco dopo pranzo, mentre Duilio è seduto alla scrivania battendo sulla tastiera del computer come se suonasse il pianoforte, squilla il telefono dell’ufficio. Non ci sono colleghi, tutti presi come sono a spaventarsi su chi sarà il prossimo alla macchinetta del caffè. Sa che è l’ultimo giorno al lavoro, ma Duilio decide ugualmente di rispondere, tanto è impregnato di senso del dovere.
“Ufficio Analisi e Statistiche, buongiorno”, fa un po’ sommesso alzando la cornetta alla scrivania della responsabile operativa.
Dall’altra parte una voce femminile, teatrale, avvolgente: “Il buongiorno è per lei, caro professionista”.
Poi, senza interrompersi: “Ci permetta una domanda e una riflessione: cosa si può fare per evitare che la crisi influenzi il suo benessere? Glielo diciamo noi. Proprio così, si metta comodo, rilassi i muscoli. Respiri profondamente… Ci ha pensato già? Come tener lontano il malumore dell’economia dalla qualità della sua vita? Non l’ha fatto? Be’, dovrebbe, questo è il nostro consiglio. Intanto cerchi di riflettere su quanto si sta facendo condizionare…”.
Duilio, ancora in piedi con la cornetta tesa, resta in silenzio, a metà tra l’interdetto e il soggiogato. In effetti si tratta esattamente della sua situazione.
“Si parte da qui: bisogna accettare di essere malati per poter guarire. Parola di esperti”, continua la voce calda.
“L’ha fatto? Ha preso qualche istante per ragionarci e fare due calcoli? Bene così. Un buon inizio. Noi lo consigliamo a tutti. Si sieda, lasci andare le emozioni. Un altro bel respiro, profondo. Dilati i polmoni. Rallenti il battito del cuore”.
Duilio socchiude gli occhi, si volta per appoggiarsi alla scrivania, fa per sedersi ma urta con l’anca un dossier mal sistemato, che cade sul pavimento sporco. Duilio sospira.
“Eccole una strada pratica e certa per averla vinta sul clima di depressione economica, sociale e culturale che ci circonda”, rassicura la voce all’altro capo del telefono.
“Prima di tutto, non appena ha chiara la sua situazione, subito dopo aver compreso quanto subdola sia questa piaga che attanaglia l’umanità oggi, ecco dopo tutto questo, il primo passo è: tenere sotto controllo le proprie spese. Non crede possa funzionare? Allora sa cosa le diciamo? Torni a correre affannosamente in preda ad attacchi di ansia. Altrimenti, si affidi a noi. Conosciamo il segreto, l’abbiamo detto. Si lascia andare, si abbandoni e ci segua”.
Duilio sussurra: “Vi seguo”.
“Come tenere sotto controllo le spese glielo diciamo noi: registri su un quaderno ogni giorno quel che spende per comprare qualsiasi cosa. Segni quanto paga, quanto le costa: che sia il giornale in edicola o il caffè al bar. O la multa per sosta vietata o il riscaldamento a casa. Registri tutto.
A fine settimana, oppure a fine mese, faccia una somma totale. Avrà spese per la benzina, quanto fa, duecento euro? Cinquanta euro? Faccia un bilancio. E poi: spese per il cibo, a quanto ammontano? Seicento euro? Trecento? E ancora: spese per il divertimento. Quanto fanno? Cento, mille euro?”
“Ho compreso”, si fa prendere Duilio.
“Il passo successivo, ci crederà o no, è decidere quanto vuole spendere ogni mese. Dopodiché cerchi di rispettare quanto stabilito”, svela la voce.
“Subito, probabilmente, non combinerà niente di buono. Però avrà già capito dove si può spendere di meno, su cosa risparmiare, per esempio per questioni meno importanti. E potrà già iniziare ad accumulare, più rapidamente di prima, quel che le serve per le cose più importanti”.
“Capisco”, chiarisce Duilio, attento a far cogliere la sua presenza attenta.
“Cominciamo a capirci? Glielo dicevamo: sappiamo di cosa stiamo parlando. Continui però a tenersi rilassato. Il respiro, i muscoli. La posizione comoda. Passiamo al terzo passo. Il suo tempo libero! Già, proprio così. Lo sfrutti con profitto. Dedicando anche soltanto tre, quattro ore la settimana può guadagnare cinquecento euro e pure di più. Chi lo dice? Noi. Continua a diffidare? Abbandoni. Si sta convincendo? Non siamo noi a doverla persuadere, è il metodo che funziona da sé”.
Duilio ora è pensieroso, vorrebbe prendere qualche appunto, rivolge nervoso lo sguardo in giro, fa per avvicinarsi a una penna, la afferra, con la cornetta tra collo e spalla raccoglie il dossier caduto a terra, sottrae un foglio di carta, ci scive sopra qualcosa.
Intanto la voce al telefono si scalda ancora: “Si chieda se è pronto a scambiare una qualsiasi delle trasmissioni televisive che la ingabbiano ogni sera per un maggiore benessere finanziario. Ci ascolti, abbiamo notevole esperienza nella pianificazione del bilancio personale. Lo stesso per il suo lavoro. Siamo disponibili a darle una mano per trovarne uno che la realizzi di più, che le renda di più”.
Duilio, adesso sembra sicuro: “La seguo”.
“Per esempio – fa ancora la voce di donna – potresti…Posso darti del ‘tu’?”
Silenzio.
“Mi scuso, l’ho aggredita”, rinforza la voce.
Duilio, si improvvisa: “Oh, no! Mi scusi, non immaginavo…Certo, cioè, va bene, sì, il ‘tu’ va benissimo!”.
“D’accordo, allora, ti chiedo scusa. Ma la proposta che ti faccio è questa: puoi aderire al nostro Programma. Scegli tranquillamente l’opzione che preferisci: full time, part time, part time verticale, trasversale pomeridiano, longitudinale sul weekend, vacanziero o festivo. Abbiamo un menu per ogni esigenza personale o familiare. Teniamo agli affetti di chi lavora con noi. Naturalmente, aderisci gratis, scrivici al più presto. Non spenderai un euro. Chiediamo il tuo impegno, certo, ma ci basta la tua parola di gentiluomo”.
Duilio abbassa la cornetta, sorride fissandosi le scarpe nere lucide, si passa il dorso delle dita sulla giacca in gessato grigio, e con un sorriso a mezza bocca bisbiglia: “Funzioni ancora, vecchio mio!”
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28/11/2009
IL VIALE DEL TRAM 8
“Tutti i giorni lo vedo qui alla fermata. Noi aspettiamo il tram per andare a scuola, ma lui no: non sale mai. Però sorride e si guarda intorno: ha occhi gentili e se c’è una signora carica di borse che arriva dal mercatino là dietro lui si alza e le lascia il posto sulla panchina”.
“Vedo quel vecchio sempre di mattina, verso le dieci. Attraversa la strada e va a sedersi sulla panchina del capolinea dell’8, dietro la mia pompa di benzina. Resta lì, lui non prende il tram, né il primo né i successivi. Dopo un po’ si alza in piedi e torna al portone sul lato opposto del viale. Non dà fastidio a nessuno”.
“Ogni giorno, verso tarda mattina, fa un giro senza un apparente motivo alla pensilina del tram. A quell’ora non c’è molta gente in giro. Se ne sta un po’ lì e poi viene da me a comprare un quotidiano. È cortese, ma non scambia molte parole. Generalmente, dopo, va a prendersi un caffè al bar. Lo posso vedere dalla finestrella dell’edicola mentre con lo sguardo sul viale sembra in contemplazione”.
“Vedo spesso quell’anziano signore. Sta lì seduto, sorseggiando il suo caffè e con il giornale ripiegato. Non legge e neppure si mette a chiacchierare con chi viene al bar ogni giorno. Si chiama Viale: lo so perché un giorno della scorsa settimana ho sentito che il postino, venuto qui anche lui per un caffè, gli si è rivolto dicendogli: – Signor Viale, ne approfitto già che è qui: c’è posta per lei -”.
“Riceve posta di frequente. Sembra corrispondenza importante, stando alle etichette stampate con il suo recapito e appiccicate alle buste. Diversi mesi fa sono salito in casa sua per farlo firmare per una raccomandata. Abita sul viale, al primo piano: be’, quanto meno ha vista sulle chiome dei platani e non sul via vai di auto. Anche se questa è una zona tranquilla, con il capolinea dell’8, che attraversa tutta la città e viene a terminare il suo viaggio proprio qui. Quella volta della raccomandata mi ha fatto salire fin sulla soglia di casa sua, ha firmato sorridendo garbatamente”.
“Lo faccio da anni, tutte le mattine: mi sveglio presto, perché alla mia età non ho più bisogno di dormire a lungo. Al capolinea del tram, all’ora di punta, ho occasione di conoscere molte persone. Non mi serve interagire con le parole: mi limito a osservare. Sono interessato ai loro movimenti, alle posture che assumono: qualcuno si siede, qualcun altro sta appoggiato al lampione. C’è chi scruta la rotaia, chi il cartello con gli orari. A piccoli gruppi si accostano alla ringhiera a chiacchierare, chi fuma e chi no. Chi porta gli occhiali, chi una borsa a tracolla. Non manca quasi mai chi parla al telefono. Qualcuno infine fa avanti e indietro ripetutamente. Io li dipingo così, aggiungendo sempre il tram 8 in arrivo, nella cornice alberata di questo viale. Il mio viale”.
“Ho scoperto i quadri di Marco Viale per caso. Mio cognato fa il postino in quel quartiere: alcuni mesi fa, recapitandogli una lettera raccomandata, ha intravisto il suo laboratorio dalla porta di casa. Gli ho chiesto di accompagnarmici: non ci è voluto molto a capire che quel vecchio signore, ex operaio Fiat oggi in pensione, è un artista. La prossima sarà la sua terza esposizione in galleria”.
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17/11/2009
MOGLIE D’ONORE
A-ha, sì, certo. Sorridi qui, ammicca lì, annuisci di là. E poi batti le mani, grida il consenso, mettiti in posa per Tv e giornali.
Conosco la parte della First Lady a memoria: siamo all’ennesima messa in scena di mio marito.
L’onorevole.
Ma disonorato: visto che gli metto le corna da anni col portaborse.
Venticinque anni di freschi muscoli allenati, con il vigore di un treno ad alta velocità e la passione di un temporale estivo.
Vale la pena continuare il teatrino: oh, sì, certo, è indecente, siamo d’accordo, inorridiamo, mandiamoli a casa, sì, proprio così, dai! …Oh, certo, sì, daaai, sììì, ancora, cosììì! Daaai! Sììì, mmmmm…
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